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Tell me a song: “Viaggio di un Poeta” dei Dik Dik

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I Dik Dik sono uno dei gruppi musicali italiani più longevi e iconici della scena beat e pop-rock degli anni ’60 e ’70.

Nati a Milano nel 1965 da un nucleo di amici d’infanzia – tra cui Pietruccio Montalbetti (chitarra solista), Giancarlo “Lallo” Sbriziolo (voce e chitarra ritmica) ed Erminio “Pepe” Salvaderi (basso) –, il gruppo Dik Dik prende il nome da un’antilope africana, scelto casualmente da Montalbetti sfogliando un dizionario inglese-italiano.

Prima si erano chiamati Dreamers e poi Squali, ma è con la firma del contratto discografico per la Dischi Ricordi – facilitata da un provino segnalato dall’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI – che iniziano la loro ascesa. La band debutta con il singolo “1-2-3/Se rimani con me” nello stesso anno, ma è con collaborazioni d’eccellenza come quelle con Lucio Battisti e Mogol che esplodono: “Sognando la California” (1966, cover di “California Dreamin‘” dei Mamas & the Papas) li proietta in cima alle classifiche, seguita da successi come “Senza luce” (1967, cover di “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum), “L’isola di Wight” (1970), “Vendo casa” (1972) e “Storia di periferia” (1973).

Negli anni, i Dik Dik hanno venduto milioni di dischi, affrontato cambiamenti di formazione – con ingressi come quelli di Nunzio “Cucciolo” Favia alla batteria e Joe Vescovi alle tastiere – e superato crisi, inclusa una parentesi progressive con l’album Suite per una donna assolutamente relativa (1972).

Ancora attivi oggi, con una formazione che include Montalbetti, Sbriziolo, Gaetano Rubino e Mauro Gazzola, rappresentano un pezzo di storia della musica italiana, segnati dalla perdita di Salvaderi nel 2020 per complicazioni da Covid-19.

La nascita di “Viaggio di un Poeta”

Siamo nel 1972, un anno di transizione per i Dik Dik. Dopo il boom dei primi anni ’60 e i successi dei singoli che li hanno consacrati come “impiegati della canzone” – per la loro immagine pulita e professionale, lontana dagli eccessi rock – il gruppo affronta il desiderio di evolvere. L’album Suite per una donna assolutamente relativa, il loro primo vero concept album studio, è un esperimento audace nel progressive rock, con testi poetici di Herbert Pagani sull’ “universo femminile“. Ma il disco, innovativo e lontano dal pop-beat che li ha resi famosi, si rivela un flop commerciale, respinto dal pubblico affezionato ai loro ritmi leggeri e melodici.

In questo clima di incertezza, i Dik Dik tornano alle origini con un singolo che bilancia introspezione e accessibilità: “Viaggio di un poeta”, pubblicato ad aprile 1972 come 45 giri dall’etichetta Ricordi (SR 2111), con sul lato B “L’emozione non ha voce” (scritto da Detto Mariano e Mario Zaffiri). Il brano è un inedito originale, non una cover, e segna un momento di riflessione per la band. I testi sono firmati da Maurizio Vandelli (leader degli Equipe 84, amico e collaboratore storico dei Dik Dik) e Riccardo Zara, due nomi che portano un tocco di maturità lirica, influenzata dal clima sociale degli anni ’70: la fine del decennio dell’impegno politico, le proteste studentesche e un crescente desiderio di pace personale dopo gli eccessi collettivi.

La produzione è curata dallo stesso Vandelli, che realizza il brano con un sound essenziale ma raffinato: chitarre acustiche e elettriche intrecciate (grazie al tocco magico di Montalbetti), un basso pulsante di Salvaderi che evoca il viaggio nomade, e la batteria di Sergio Panno che scandisce un ritmo mid-tempo, quasi ipnotico. La voce di Lallo Sbriziolo, calda e narrante, dona al pezzo un’aura di ballata folk-rock, con cori armonici che evocano i Beach Boys ma radicati nella tradizione italiana. Registrato negli studi Ricordi di Milano, il singolo costa poco in termini di innovazione tecnologica – era l’era dei nastri analogici e delle sale intime – ma cattura l’essenza di un’Italia in cambiamento: dal boom economico al post-1968, dove i sogni collettivi cedono il passo a quelli individuali.

Il testo è una parabola di ricerca e ritorno alle radici

Viaggio di un poeta” è, prima di tutto, una storia universale raccontata in versi semplici e poetici. Il protagonista è un giovane di vent’anni che lascia il suo paese natale – un luogo statico, dove “nessuno voleva sognare / i campi d’arare e niente di più” – con solo “due soldi in tasca“. Abbandona l’amata per “qualcosa di più“, giurando di non tornare.

Inizia un vagabondaggio per “paesi e città“, alla ricerca della fortuna nei “quartieri del mondo“, dimenticando la povertà e le radici. Il punto di svolta arriva quando arriva in “casa di un grande poeta“, dove incontra “ragazzi che parlavan di pace“. Qui, capisce che la vera meta è la felicità interiore, non la ricchezza materiale. Ma il viaggio non finisce: riprende a vagare, stavolta per “portare l’amore nel mondo“. Eppure, il richiamo del passato è irresistibile. Torna a casa “senza un soldo in tasca“, illuminato: “aveva capito cosa conta di più“.

Davanti alla porta, lei lo aspetta “tutto come prima“, e lui non chiede altro. Il testo, con la sua struttura circolare, riflette una morale “rinunciataria” – come nota l’analisi di Antiwar Songs – opposta all’impegno sociale degli anni precedenti. Non è una canzone di protesta esplicita, ma un inno alla semplicità: la pace non si conquista cambiando il mondo, ma tornando all’amore autentico e al privato. Vandelli e Zara, influenzati dal loro background beat, infondono un romanticismo malinconico, quasi beatnik,

“Lasciò il suo paese all’età di vent’anni
con in tasca due soldi e niente di più
aveva una donna che amava da anni
lasciò anche lei per qualcosa di più”

Uscito in piena primavera 1972, “Viaggio di un poeta” dei Dik Dik scala rapidamente le classifiche: raggiunge il primo posto in Hit Parade e si classifica come quinto singolo più venduto dell’anno, con oltre 300.000 copie stimante

È un successo immediato, trasmesso dalle radio e dai programmi TV come Canzonissima, che amplificano il suo messaggio di redenzione personale in un’Italia ferita dalle stragi e dalle tensioni sociali. I Dik Dik, con questo brano, riconquistano il pubblico dopo il flop dell’album progressive, dimostrando versatilità: non più solo cover allegre, ma storie profonde che parlano di migrazione interna, sogni infranti e ritorno alle origini – temi cari a generazioni di italiani emigrati o delusi dal progresso.

Critici e fan lodano la melodia orecchiabile, con quel ritornello che si stampa in mente: “Cominciò così a fare il vagabondo…“. Negli anni, il singolo è incluso in antologie come I favolosi anni ’70 (2007) e compilation beat, e rivive in concerti revival. Ha influenzato cover e omaggi, simboleggiando il passaggio dal beat innocente al pop maturo.

Dopo il 1972, la band continua con successi come “Help Me” (1974) e “Volando” (1975, cover di “Sailing” di Rod Stewart), affronta gli anni ’80 con partecipazioni a trasmissioni amarcord come Una rotonda sul mare e torna a Sanremo nel 1993 con “Come passa il tempo” insieme a Camaleonti ed Equipe 84.

Pietruccio Montalbetti ha raccontato questa epopea nel libro Storia di due amici e dei Dik Dik (2010), un memoir sull’amicizia con Battisti e le avventure on the road. Oggi, i Dik Dik – reduci da 59 anni di carriera – pubblicano album come Una vita d’avventura (2021), con arrangiamenti acustici che rileggono i classici, inclusi echi di “Viaggio“. Il loro messaggio resiste: in un mondo iperconnesso, il viaggio più bello è quello che ci riporta a ciò che conta davvero. Come il poeta del brano, i Dik Dik hanno vagabondato nei quartieri del successo, ma hanno sempre trovato pace nelle radici milanesi e nell’amore per la musica.

— Onda Musicale

Tags: Mogol/Lucio Battisti/Equipe 84/Procol Harum
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