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La rivoluzione silenziosa del jazz modale 

Come Miles Davis, John Coltrane e un pugno di visionari scardinarono le fondamenta dell’armonia occidentale e inventarono un nuovo linguaggio sonoro: il jazz modale.

Era il marzo del 1959. Negli studi della Columbia Records di New York, un gruppo di musicisti si radunò attorno a Miles Davis per registrare quello che sarebbe diventato l’album più venduto nella storia del jazz. Non c’erano spartiti complessi da seguire, non c’erano accordi che si inseguivano l’uno all’altro a velocità vertiginosa. C’era qualcosa di più antico, e al tempo stesso di completamente nuovo: le scale modali. Quel disco si chiamava Kind of Blue, e avrebbe cambiato la musica per sempre.

Per capire la rivoluzione modale occorre fare un passo indietro. Il jazz degli anni Quaranta e Cinquanta — il bebop di Charlie Parker e Dizzy Gillespie — era costruito su strutture armoniche di straordinaria complessità. Il sassofonista doveva navigare in tempo reale sequenze di accordi che cambiavano ogni battuta o due, eseguendo sostituzioni tritonali, reharmonizations fulminee, tessiture cromatiche dense come foreste. Era una musica di virtuosismo cerebrale, dove la velocità di pensiero e di esecuzione era tutto.

«Con troppi accordi, non c’è posto dove andare.
Io volevo spazio per respirare»

Miles Davis

Ma proprio questa densità cominciava a soffocare qualcosa. La frase spesso attribuita a Miles Davis cattura perfettamente la crisi creativa che stava maturando. Il bebop aveva raggiunto i suoi limiti naturali. Serviva aria. Serviva spazio.

Le radici antiche di un’idea nuova

Il termine “modale” rimanda ai modi della Grecia antica, ripresi nel Medioevo dalla musica ecclesiastica — il dorico, il frigio, il lidio, il misolidio. Ogni modo è essenzialmente una scala, un insieme di note organizzate secondo intervalli fissi, ciascuna con un colore emotivo distintivo. Il dorico evoca malinconia austera; il frigio, un’esotica inquietudine; il lidio, un’apertura luminosa e quasi surreale.

La chiave dell’innovazione modale nel jazz fu questa: invece di usare un modo per pochi istanti prima di passare all’accordo successivo, i musicisti decisero di abitare un modo per minuti interi. L’improvvisatore non era più costretto a rincorrere gli accordi; poteva esplorare liberamente le tensioni e le risonanze di una singola scala, dipingere con un’unica tavolozza cromatica, costruire architetture melodiche di lunga gittata.

Il teorico che diede fondamento intellettuale a questa intuizione fu George Russell, pianista e compositore che nel 1953 pubblicò il Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization — un trattato che molti musicisti trovarono oscuro ma che Miles Davis lesse e rilesse con attenzione. Russell sosteneva che il modo lidio fosse la scala più naturalmente “gravitazionale” della tonalità occidentale, e che da essa potesse derivare un sistema armonico completamente nuovo. Le sue idee sembravano accademiche; in realtà erano una bomba a orologeria.

DISCO CHIAVE 

Kind of Blue  (1959) di Miles DavisIl manifesto del jazz modale. Cinque tracce, quasi tutte basate su scale modali. L’album più venduto nella storia del jazz e punto di svolta della musica del Novecento.

Il soffio di Coltrane: dalla scala all’universo

Se Miles Davis aprì la porta, John Coltrane la scardinò dai cardini. Il sassofonista di Hamlet, North Carolina, aveva militato nel sestetto di Davis ed era presente nelle sessioni di Kind of Blue, ma la sua traiettoria lo portò ben oltre. Nel 1960 incise My Favorite Things, trasformando un brano da commedia musicale in una meditazione ipnotica di undici minuti che usava il modo dorico come punto di decollo per esplorare regioni sempre più remote del suono.

Coltrane era ossessionato dalle tradizioni musicali non occidentali — la musica classica indiana, il gamelan giavanese, le scale pentatoniche africane. Capì che il modale non era solo una tecnica, ma una filosofia: la musica come rito, come meditazione, come preghiera. I suoi album della “suite spirituale” — A Love Supreme (1964), Ascension (1965), Meditations (1966) — usavano la libertà modale come trampolino verso l’avanguardia assoluta, fino ai limiti stessi del suono organizzato.

«Voglio trovare cosa c’è là fuori, scoprire di più.
Voglio suonare più lungamente, in spazi più ampi»

John Coltrane

Le tappe di una rivoluzione silenziosa

1953  George Russell pubblica il Lydian Chromatic Concept, fondamento teorico del pensiero modale nel jazz.

1958  Miles Davis registra Milestones: il primo esperimento su larga scala con strutture modali all’interno di un album jazz.

1959  Kind of Blue esce il 17 agosto. Il disco ridefinisce ciò che il jazz può essere. Bill Evans firma le note di copertina.

1960–64  John Coltrane porta il modale verso la musica spirituale e l’avanguardia: My Favorite Things, Ole!, Impressions segnano l’evoluzione.

1964  A Love Supreme — il capolavoro assoluto. Quattro movimenti, una suite dedicata a Dio, costruita su un ostinato modale di quattro note.

1969–73  Miles Davis guarda al rock e all’elettronica: In a Silent Way e Bitches Brew aprono la strada al jazz-rock e alla fusion.

DISCO CHIAVE 

A Love Supreme  (1964) di John ColtraneSuite in quattro movimenti costruita su un ostinato modale. Considerato il vertice spirituale e artistico del jazz modale e uno dei dischi più importanti del Novecento.

Gli altri protagonisti: Hancock, McCoy Tyner, Wayne Shorter

Il jazz modale non fu mai opera di soli due uomini. Herbie Hancock, pianista nel secondo grande quintetto di Davis degli anni Sessanta, sviluppò un linguaggio armonico di raffinata complessità modale: accordi sospesi, voicing aperti che lasciavano respiro ai solisti, strutture che galleggiavano senza risoluzione tonale convenzionale. Il suo album Maiden Voyage (1965) è spesso indicato come il pendant pianistico di Kind of Blue: un’opera di compiuta bellezza impressionista.

McCoy Tyner, pianista fisso nel quartetto di Coltrane dal 1960 al 1965, inventò un modo di accompagnare radicalmente nuovo. I suoi accordi di quinta, le sue aperture quartal — costruite cioè per quarte anziché per terze come nella pratica tradizionale — creavano un tappeto sonoro che non “imponeva” una tonalità ma lasciava il solista libero di spostarsi in qualsiasi direzione. Fu questa libertà che permise a Coltrane di volare così in alto.

Wayne Shorter, compositore-sassofonista di incomparabile originalità, portò il modale verso una dimensione quasi impressionista: brani come Infant Eyes o Nefertiti hanno una struttura sospesa tra tonalità e atonalità, tra melodia e texture. Le sue composizioni restano tra le più eseguite e studiate nel repertorio jazz contemporaneo.

Un’eredità che non conosce confini

Il jazz modale non rimase confinato al jazz. La sua influenza si propagò in cerchi concentrici attraverso decenni di musica popolare. Il rock progressivo degli anni Settanta deve al modale la sua propensione per le strutture di lunga durata e gli ampi paesaggi armonici. La musica ambient di Brian Eno è inconcepibile senza il precedente di In a Silent Way. Il minimalismo di Steve Reich e Philip Glass, con le sue strutture basate su reiterate configurazioni scalari, è figlio diretto del radicalismo modale di Coltrane.

Nel jazz contemporaneo, il pensiero modale è talmente assorbito che non si parla più di “jazz modale” come di un genere a sé: è semplicemente parte del linguaggio comune di ogni musicista. Kamasi Washington, il sassofonista di Los Angeles che negli anni Dieci del Duemila ha riportato il jazz alle classifiche, costruisce le sue epopee su strutture modali che durano venti, trenta minuti. Shabaka Hutchings, figura centrale del nuovo jazz britannico, cita esplicitamente Coltrane come padre fondatore.

C’è però qualcosa di ancora più profondo nell’eredità del jazz modale, qualcosa che va al di là delle tecniche compositive. È un’idea di libertà: l’idea che un musicista possa abitare uno spazio sonoro invece di attraversarlo, che la musica possa essere meditazione e non solo performance, che il silenzio tra le note valga quanto le note stesse. Quella sera di marzo del 1959, quando Miles Davis contò il tempo e Bill Evans attaccò le prime note di So What, non stava solo cambiando il jazz. Stava insegnando a tutti noi un modo diverso di stare al mondo.

— Onda Musicale

Tags: Rock, Jazz, Herbie Hancock, Brian Eno, John Coltrane
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