Il pianoforte è il primo punto di accesso a Il mio nome è Carlo, ma sarebbe riduttivo pensare a una colonna sonora costruita soltanto sulla sua dimensione intima.
La scrittura di Carmine Padula parte da sonorità raccolte, contemplative, vicine per sensibilità alla musica neoclassica e minimalista, per allargarsi progressivamente verso una dimensione orchestrale affidata alla ICO – Independent Cinematic Orchestra. È proprio questa alternanza tra vicinanza e ampiezza a rendere interessante l’ascolto: la partitura non cerca semplicemente di sottolineare ciò che accade sullo schermo ma costruisce un proprio spazio emotivo, capace di muoversi tra spiritualità, fragilità, energia e quotidianità.
La musica sembra così seguire Carlo senza imprigionarlo in un’unica definizione. La dimensione spirituale non cancella quella più concreta e giovanile e il carattere contemplativo della scrittura trova un contrappunto nel respiro dell’orchestra. Padula, che compone, orchestra e dirige la partitura, lavora su una materia sonora nella quale il pianoforte e l’ensemble orchestrale non rappresentano due mondi separati ma due prospettive dello stesso racconto: da una parte l’interiorità, dall’altra un’apertura più ampia verso il mondo.
A rendere ancora più articolato questo universo sono le musiche diegetiche, composte dallo stesso Padula insieme alla colonna sonora originale. Qui il film cambia prospettiva e lascia entrare anche la musica legata alla vita concreta dei personaggi, comprese le rivisitazioni della tradizione musicale dello Sri Lanka associate a uno degli amici cingalesi di Carlo. È un passaggio importante perché amplia il vocabolario della partitura e introduce una componente culturale che non appare come semplice ornamento: la musica diventa parte delle relazioni, degli incontri e della quotidianità.
L’aspetto forse più interessante del progetto nasce proprio dalla difficoltà iniziale. Per raccontare Carlo Acutis, figura contemporanea e appartenente alla generazione Millennial, Padula non poteva appoggiarsi a una lunga serie di precedenti cinematografici. Ha dovuto quindi cercare una strada personale, affrontando quello che ha definito un salto nel buio creativo. La scelta non è stata quella di costruire una musica riconoscibile come convenzionalmente sacra, ma di lavorare sulla persona, sulle sue diverse sfumature e sulla profondità del suo percorso. È una prospettiva che spiega anche perché la partitura riesca a conservare una certa leggerezza accanto alla componente spirituale.
Il risultato nasce comunque da un lavoro tutt’altro che solitario. La ICO dà corpo alla dimensione orchestrale attraverso musicisti come Alberto Mina al violino, Eduardo Caiazza alla viola, Luca Pincini al violoncello, Antonio Pizzarelli a sax e clarinetto e Giuseppe La Sala alla chitarra, con Padula al pianoforte e synth. Filippo Signorini lo affianca come primo assistente, mentre Fabio Ferri segue registrazioni e mix e Damiano Antinori il montaggio musicale. Un lavoro sostenuto da RTI, che cura anche le edizioni musicali, nel quale la scrittura individuale diventa materia condivisa e acquista una precisa dimensione cinematografica.
Il rapporto con Giacomo Campiotti completa il quadro: tutto nasce quando Padula ha appena 17 anni e il regista, dopo aver ascoltato alcuni suoi brani, gli affida Ognuno è perfetto. Da allora la collaborazione continua e arriva a questo progetto, forse uno dei più particolari proprio per l’assenza di coordinate già tracciate. Il mio nome è Carlo dimostra che anche una colonna sonora può trasformare un limite in una possibilità compositiva: quando non esiste un modello da imitare, la musica è costretta ad ascoltare la storia e inventare il proprio linguaggio. Padula lo fa mettendo in dialogo pianoforte, orchestra, scrittura contemporanea e tradizioni culturali differenti, fino a costruire una partitura che non si limita ad accompagnare Carlo ma prova a restituirne, attraverso il suono, il mondo interiore e quello che gli sta intorno.









