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Intervista esclusiva ai Coconut Planters, fuori con l’album “Unpopular Opinion”

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Unpopular Opinion

I Coconut Planters presentano il nuovo album “Unpopular Opinion”

“Unpopular Opinion” nasce come il disco di una band che stava cercando di allargare i propri confini, ma arriva al pubblico quando quella stessa formazione non esiste più. Riascoltandolo oggi, riuscite ancora a sentirlo semplicemente come il vostro nuovo album oppure inevitabilmente alcune canzoni hanno assunto un significato diverso dopo tutto quello che è successo?

TEO: diciamo che ascoltando adesso alcuni brani di “Unpopular Opinion” ho notato che per me che li ho scritti assumono un gusto dolce amaro, perché inevitabilmente sono nati in un contesto differente da quello attuale. But hey, that’s life…

SMAU: personalmente non solo alcune canzoni ma tutto il disco ha assunto differenti significati. in questo momento è un po’ come sentire un ex dopo che ci si è lasciati: il disco mi piace, ma il momento storico non mi permette di ascoltarlo con la dovuta leggerezza. Vuoi ascoltarlo, ma sai che se lo farai le emozioni saranno contrastanti. Sarà anche che, da che abbiano iniziato a pensarlo a quando siamo finalmente riusciti a pubblicarlo, sono passati due anni, svariati ascolti, riascolti, cambi in corsa, e quindi l’ho già ascoltato e riascoltato allo sfinimento, ma ora come ora, da “interno”, avrei proprio voglia di ascoltare già il prossimo lavoro dei Coconut Planters.

Nei tre singoli avevate già mostrato tre anime piuttosto diverse: il senso di appartenenza e il bisogno di continuare a suonare di “One More Day”, lo sguardo politico e disilluso di “Whitewashed”, l’introspezione di “Call the Firemen”. Ascoltando ora tutte e dieci le tracce, quali sono invece gli aspetti dei Coconut Planters che avevate volutamente tenuto nascosti fino all’uscita dell’album? E c’è un pezzo non ancora estratto che secondo voi potrebbe sorprendere chi pensa di aver già capito il disco dai singoli?

SMAU: le parti che ancora non erano venute fuori per me sono quelle più “Coconut Planters classici”, ovvero quelle meno dirette, che raccontano “storie” con un significato, in cui poi leggendo tra le righe si capisce che non sono solo dei racconti, vedi “The Story of U&I”e “Slaughter Puppies” per esempio, ascoltandole sembrano storielle ma sotto sotto si scopre qualcosa. E’ uno dei doni di Teo che mi è sempre piaciuto, fin dai tempi di Zombie Deer Disease e Wasted Avocados.

TEO: si infatti in realtà ogni nostro disco si presenta come una raccolta di storie ed esperienze, in parte reali ed in parte oniriche (grazie alla mia mente contorta): il fil rouge che unisce tutte le storie è fondamentalmente il punto di vista dal quale vengono raccontate, ovvero attraverso gli occhi ed il cuore di persone come noi che cercano di trovare una via per districarsi nelle vicissitudini delle proprie vite.

Una delle cose interessanti di “Unpopular Opinion” è che sembra esserci stata la volontà di mettere alla prova persino la vostra idea di melodic hardcore: ci sono aperture metal, una maggiore ricerca tecnica, due voci molto differenti e persino soluzioni come il pianoforte e il finale di “Call the Firemen”. Dove avete sentito di esservi spinti più lontano dalla vostra comfort zone? E c’è stato qualche momento in studio in cui vi siete chiesti: “questa cosa è ancora Coconut Planters”?

SMAU e TEO: sull’essere Coconut Planters, per come lo intendevamo noi, non abbiamo mai avuto dubbi, per noi Coconut Planters ha sempre significato spingersi “oltre”, quindi tutto quello che è ora inciso è 100% Coconut Planters, il disco e le canzoni sono nate con la volontà di arrivare fino a un “confine” che non sapevamo se ci sarebbe davvero stato, l’importante è che comunque, alla fine, suonasse nostro. Forse però è stato anche questo volerci spingere così “oltre” che, alla fine, ci ha portati a metterci così tanto in discussione da arrivare a scoppiare alla fine. Il resto è storia.

L’ingresso di Thomas sembrava aver aperto una fase nuova anche dal punto di vista compositivo, soprattutto nel rapporto tra le due voci. Ora che Thomas non fa più parte della band, quella sperimentazione resta comunque un’eredità importante del disco. Cosa vi ha insegnato quell’esperienza sul modo in cui volete scrivere in futuro? Alcune delle porte aperte con “Unpopular Opinion” rimarranno aperte anche nella prossima incarnazione dei Coconut Planters?

SMAU e TEO: la cosa più importante che ci rimarrà è sicuramente come scrivere canzoni. Le canzoni migliori del disco, quelle che funzionano di più ascoltandole ora, sono quelle più semplici, uscite di getto e senza troppi fronzoli, che registrate e suonate dal vivo suonano dirette e girano, anche magari suonate solo in acustico, chitarra e voce. Non sappiamo come e quando riprenderemo ma sappiamo che, quando lo faremo, smetteremo di pensare troppo ai tecnicismi e torneremo a essere più essenziali e diretti.

Nel raccontare la fine di questa formazione avete fatto una distinzione abbastanza netta: con Corrado parlate soprattutto di divergenze artistiche, mentre con Thomas e Mattia entrano in gioco anche identità e valori. È un terreno delicato, ma anche molto punk nel senso più profondo del termine. Dove passa, per voi, il confine tra accettare che dentro una band possano convivere persone con idee diverse e rendersi conto che quelle differenze non permettono più di rappresentare lo stesso progetto?

SMAU e TEO: crediamo che ognuno abbia la sua sensibilità personale su questi argomenti, noi personalmente riteniamo che se si decide consapevolmente di suonare e sentirsi rappresentati da un gruppo che si identifica nella scena punk e negli ideali che la contraddistinguono, e che quindi partecipa o aspira a partecipare a concerti non solo all’interno di locali e festival generalisti, ma di circoli, centri sociali, festival e contesti dove si condivide il palco con gruppi che per loro natura parteggiano per qualcosa, questi valori devono essere anche fondanti delle persone che compongono il progetto stesso, quando queste cose vengono meno non ci sono margini per proseguire una collaborazione in quanto accettarlo vorrebbe dire suonare in un progetto dal quale non ci si sente più rappresentati. Quindi meglio fermarsi, fare un passo indietro e ricominciare da qui.

Adesso i Coconut Planters sono Teo e Smau. Potreste cercare subito tre musicisti, rimettere in piedi una formazione e tornare sul palco, ma avete scelto esplicitamente di non avere fretta. È perché questa volta non state semplicemente cercando dei musicisti capaci di suonare queste canzoni, ma persone che capiscano davvero che cosa significa entrare nei Coconut Planters? E quanto conteranno l’aspetto umano e la condivisione di una certa idea di scena rispetto alla pura compatibilità musicale?

SMAU: negli anni abbiamo capito una cosa molto importante: la fretta è cattiva consigliera. Fare una cosa di corsa solo perché “si deve fare” è il modo migliore per ritrovarsi alla fine immersi fino al collo nella cosa sbagliata e doverla portare avanti anche se questa cosa non è quello che si voleva. Questa volta vogliamo fare le cose per bene: anzitutto dedicarci agli altri nostri progetti, troppo a lungo messi in secondo piano perché i Coconut Planters ci assorbivano completamente, poi ragionare bene su cosa e come vogliamo farlo e, se decideremo di ricostituire una intera band, trovare quello che avete detto voi nella domanda: qualcuno che capisca cosa significa entrare in un gruppo che si identifica nella scena e nei valori punk e che non voglia solo suonare uno strumento ma essere parte di qualcosa.

TEO: concordo con Smau che dal punto di vista creativo la fretta è il diserbante più efficace, perché dal mio punto di vista sono convinto che tolga la possibilità di far fluire le idee e le emozioni in modo naturale. Siccome reputo la musica una “compagna per la vita” , penso che trasformare una cosa che dovrebbe essere piacere in un dovere sia la morte del processo creativo.

C’è qualcosa di quasi ironico nel titolo “Unpopular Opinion”: era stato scelto per un disco che voleva uscire da alcuni schemi musicali, ma oggi sembra descrivere anche la decisione di difendere una precisa identità della band, pur sapendo che questo avrebbe potuto significare perdere dei componenti e fermarsi per un po’. Se fra qualche anno guarderete indietro a questo momento, cosa sperate di poter dire di aver salvato dei Coconut Planters scegliendo di ripartire in due invece di continuare a tutti i costi?

SMAU e TEO: a nostro avviso, per quanto piccoli e forse insignificanti nel panorama musicale, almeno in cuor nostro possiamo dire di aver salvato lo spirito fondante dei Coconut Planters e ciò che deve esserci in una band per funzionare: delle persone che condividono passioni e ideali e che vogliono suonare insieme per fare qualcosa di bello, senza mai dimenticare chi sono e da dove vengono. Sarà una “Opinione Impopolare” ma un artista non può semplicemente essere un artista, deve sapersi schierare e accettare le conseguenze che questo comporta, anche se questo vuol dire ritrovarsi in due, con un nuovo disco che esce senza poter mai vedere la luce su di un palco, ma con la voglia di andare avanti nonostante tutto.

— Onda Musicale

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