Ozzy non è mai stato sul binario. Non avrebbe potuto d’altra parte. Era e resterà per sempre il conducente folle del treno sul viaggio che attraversa innovazioni, cadute, resurrezioni.
La sua assenza ci lascia di stasi nella stazione divenuta fantasma d’improvviso. Nell’era dell’ipercontrollo orwelliano, Ozzy fu l’imprevedibile. La scomoda verità vomitatati addosso come un Cecco d’Ascoli desideroso di bruciare la Divina Commedia, il treno deragliato, la luce negli abissi del qualunquismo.
“War Pigs” – L’urlo contro i padroni della guerra
Nei primi anni con i Black Sabbath, Ozzy è stato la voce di un’epoca disillusa. “War Pigs” non era solo un brano: era un manifesto antimilitarista travestito da epopea doom. La sua assenza ci priva di una figura che sapeva dire “no” con un linguaggio accessibile ma potentissimo, unendo riff minacciosi a liriche visionarie.
In un presente saturo di rumore politico e di slogan vuoti, la mancanza di quella voce capace di fendere l’ipocrisia con ironia e ferocia è un vuoto che non si colma facilmente. Altro che “no war”: la sua fu una guerra al guerra, una lotta feroce alla distruzione dei pacifisti, senza scomodare la filosofia di turno.
“Mr. Crowley” – Il fascino dell’occulto
Ozzy ha sempre saputo flirtare con il mistero e la trasgressione senza mai diventare una caricatura. In “Mr. Crowley” si fondono la teatralità del rock e l’immaginario esoterico, in un’epoca in cui i confini tra arte e scandalo erano più sottili. Questa capacità di evocare simboli oscuri senza ridurli a marketing lo ha reso un narratore dell’ombra.
Oggi, nell’era della spettacolarizzazione algoritmica, la sua assenza pesa: mancano figure capaci di unire provocazione e poesia senza finire intrappolate nella pura estetica vuota. Eppure i numeri su YouTube del brano aumentano, proprio a identificare la necessità di molti, oggi, d’esser professi dinanzi al professore. La verità è un sol raggio nella caverna, colta da chi sa percepire l’Idea.
“No More Tears” – L’addio alla disperazione
La carriera solista di Ozzy ha toccato momenti di lirismo inatteso, e “No More Tears” è la prova. Dietro l’immagine del “Madman” c’è sempre stato un uomo vulnerabile, consapevole del dolore e capace di trasformarlo in un inno catartico. Ci manca quella sua capacità di cantare la sofferenza con sincerità, senza filtri patinati. In un mondo che tende a nascondere il dolore sotto l’intrattenimento istantaneo, Ozzy ci ricordava che la musica può essere un rituale di liberazione.
“Paranoid” – L’ansia come colonna sonora
Se c’è un brano che ha cementato il mito dei Sabbath, è “Paranoid”. Pochi minuti di rock martellante che condensano l’ansia esistenziale di una generazione. La voce di Ozzy non era solo un suono: era il volto di un disagio collettivo. Oggi l’ansia è ubiqua, ma frammentata in mille linguaggi digitali; ci manca un’unica voce capace di cristallizzarla in un grido universale. La sua assenza non è solo artistica, è emotiva: senza Ozzy, il disagio resta muto o, peggio, viene monetizzato.
“Bark at the Moon” – L’uomo e la bestia
In “Bark at the Moon” Ozzy abbraccia il lato mostruoso di sé, trasformandolo in spettacolo. È il trionfo della teatralità metal, ma anche una metafora dell’accettazione del proprio lato oscuro. Oggi, in un’epoca ossessionata dall’immagine e dalla “gestione” della propria identità, ci manca quella sfacciata libertà di mostrarsi mostro senza chiedere permesso. Senza Ozzy, il rock ha perso un ambasciatore dell’imperfezione celebrata.
“Mama, I’m Coming Home” – Il ritorno alle radici
Questo brano, dolce e malinconico, mostra un Ozzy capace di smontare il proprio mito e di parlare al pubblico come figlio, come uomo, come viaggiatore stanco. In un mondo che chiede agli artisti di essere eternamente giovani e sempre sulla cresta dell’onda, la sua assenza si sente perché manca la voce di chi ha il coraggio di tornare a casa, ammettere la fatica e celebrare il ritorno.
“Under the Graveyard” – Il confronto con la fine
Negli ultimi anni, Ozzy ha cantato senza paura della propria mortalità. “Under the Graveyard” è una confessione nuda, una meditazione sulla fine che non ha nulla di morboso, ma tutto di umano. Questa onestà è rarissima in un’industria che nasconde l’invecchiamento e la fragilità. Ci manca la sua capacità di affrontare la morte con uno sguardo lucido, persino ironico, trasformandola in un’occasione di connessione.
“Diary of a Madman” – Il genio e la follia
Ozzy ha incarnato il binomio classico tra ispirazione e instabilità. “Diary of a Madman” è una dichiarazione di poetica: un diario aperto, scritto con sangue e chitarre distorte. Ci manca la sua presenza perché ricordava a tutti che l’arte vera nasce dal rischio, dall’attraversare territori instabili, anche a costo di perdersi.
Senza di lui, il rock rischia di diventare un archivio ordinato invece che un laboratorio di follia creativa. Mi sovviene un quesito. Roger Waters primeggia nelle vendite, Gilmour risponde col live al cinema. Chi salverà il rock?
“Goodbye to Romance” – L’addio come atto d’amore
In “Goodbye to Romance” c’è una consapevolezza rara: che ogni addio è anche un atto di amore verso ciò che si è vissuto. Forse oggi sentiamo la mancanza di Ozzy perché il suo addio non è stato teatrale, ma graduale, quasi sussurrato. E questa dolcezza, così insolita in un mondo abituato a finali esplosivi, ci lascia disorientati. Il suo silenzio non è assenza, è un’eco che continua a vibrare.
La madre che saluta la madre per riversare sul figlio le sue psicosi: Ozzy colse la psicologia senza cadere nella psicoanalisi.
Il silenzio eterno
Ozzy Osbourne ci manca perché rappresenta un equilibrio raro: caos e disciplina, teatralità e sincerità, luce e ombra. Senza di lui, il rock perde un pezzo del suo DNA, e il pubblico perde un interprete capace di trasformare ogni eccesso in rito collettivo. Il suo silenzio attuale non è solo una pausa artistica, è un promemoria: certi vuoti non si riempiono, si imparano a portare con sé. Come un accordo sospeso che non trova mai la sua risoluzione.
Chissà se riusciremo a risvegliare la musica dal torpore odierno della trap. Lui non-era e pertanto distruggeva Heidegger: imitiamolo.
(di Daniele Martignetti)







