Eccolo “Le mie cinque fasi”: parliamo di Daniel Dagrezio che ci regala un album che ragiona in termini narrativi e non solo sonori o di melodia.
Ballad orchestrali, aperture rock, elettronica, suggestioni country e pop cinematografico e tantissimo altro dentro strutture decisamente attente all’aspetto visionario… e ci manca moltissimo un video ufficiale o addirittura un cortometraggio visto che questo disco, narrato anche a cappello di ogni brano, ci racconta una storia, uno spaccato di vita, un modo di stare al mondo e rinascere dalle proprie cadute. Forse troppo lungo per gli standard di oggi e per niente avaro di epocali orchestrazioni che di quando in quando mi restituiscono quel senso favolistico alla Walt Disney. La direzione artistica di Daniel Tek ha saputo tessere con cura, esagerando anche quando poteva permetterselo, restando ancora alla canzone quando servivano punto cardinali per non perdersi. Di sicuro è un disco che divide e “prende casa” in quartieri assai distanti dalle abitudini quotidiane…
Domanda provocatoria: 17 tracce non pensi siano troppe per un tempo liquido come questo?
Capisco la provocazione (più che lecita) ma qui la quantità è una conseguenza della forma: non è una playlist, è un racconto. Se tagli dei capitoli solo per “stare dentro il formato”, rischi di togliere il senso del viaggio. E poi oggi il tempo è liquido davvero, c’è chi ascolta 20 minuti di podcast senza problemi. Io ho scelto di non competere sull’attenzione con i trucchi, ma con l’esperienza.
Nel disco tornano dettagli concreti: giradischi, bazar, mani che tremano. Che ruolo hanno?
Sono il modo in cui la memoria funziona: non ricordi “una lezione”, ricordi un dettaglio. Un oggetto, un gesto, un suono. Quei simboli sono ancore narrative: tornano perché nella testa tornano davvero. E cambiano significato man mano che cambi tu. Non è ripetizione, è trasformazione. E sicuramente restituisce all’ascoltatore la forma che volevo dare al disco: una storia unica.
Da che parte del mondo arriva l’ispirazione di questo disco e di questo suono?
Arriva da più posti, perché io ho ascoltato di tutto e ho vissuto la musica anche come scena. C’è un’anima molto italiana nel racconto e nella parola, ma il suono è contaminato: pop orchestrale, elettronica, rock, ballad più calde. In più molti “contesti” mi suggerivano in modo “registico” il tipo di musica. “Nel Silenzio del Bazar”, ambientata in oriente, mi suggeriva suoni e scale armoniche leggermente orientali, “Mai Abbastanza”, nella parte ambientata al porto, mi suggeriva suoni molto “da paese” (chitarra acustica, fisarmonica, percussioni, etc…). Ho sempre amato il concetto di “colonna sonora”. La “geografia” vera però è emotiva: ogni brano va dove deve andare per dire quella cosa.
Due dischi e due libri “dietro” questo lavoro?
Dischi: più che citare un solo riferimento, direi la cultura del pop d’autore cinematografico (quello che non ha paura di essere grande) e le ballad più “di respiro” dove la voce guida tutto. Libri: mi ha aiutato l’idea del romanzo a capitoli e della narrazione breve, quella che lavora per dettagli e ritorni. Se devo dirla in modo semplice: mi ha ispirato più la struttura narrativa che un titolo preciso.
Visto che la tua voce narra le coordinate: che diventi un romanzo questo disco?
È un’idea che mi stuzzica molto, perché questo progetto è già “scrittura” oltre la musica: monologhi, immagini, ritorni, simboli. Un romanzo o un libro breve potrebbe essere una forma parallela, non una trascrizione. Non per spiegare di più, ma per far vivere lo stesso viaggio con un’altra luce.


