Recensioni e Interviste

Il “Cuore in silenzio” di Giuseppe Condello

il musicista Giuseppe Condello

Fuori dal 4 settembre “Cuore in silenzio”, il secondo capitolo della “Trilogia dell’Io” di Giuseppe Condello

“Cuore in silenzio” è il secondo capitolo della “Trilogia dell’Io” di Giuseppe Condello. Si tratta di una ballad rock che indaga il sentirsi finalmente in pace con se stessi e riuscire così ad avere un rapporto profondo con la persona che abbiamo al nostro fianco senza perderci. I tre brani della trilogia sono legati da un fil rouge narrativo che pone al centro l’individuo, la sua identità e il rapporto con gli altri. In “Odio” questo rapporto viene raccontato attraverso l’idea di una relazione vissuta come necessità di completarsi in qualcuno. L’individuo finisce per annullarsi e, progressivamente, per perdere la propria identità fino a smarrirsi nel vuoto.

“Cuore in silenzio” è il secondo capitolo della “Trilogia dell’Io”. Da dove nasce l’esigenza di raccontare proprio questo momento del percorso interiore?

Credo che nasca quasi naturalmente da “Odio”. Quel brano racconta il rischio di perdersi nell’altro fino a smarrire la propria identità. A un certo punto, però, quando perdi qualcosa, devi necessariamente fermarti e capire cosa ne è rimasto. “Cuore in silenzio” parte proprio da lì: dal vuoto che conclude “Odio” e dalla necessità di attraversarlo.

Nel primo capitolo, “Odio”, l’individuo sembra smarrire la propria identità dentro una relazione. In “Cuore in silenzio”, invece, ritrova se stesso. Quanto è importante, secondo te, imparare a stare bene da soli prima di poter costruire un rapporto sano con qualcun altro?

Per me è importante soprattutto imparare a stare con se stessi. Non necessariamente nel senso di isolarsi o di non avere bisogno degli altri, perché credo che l’essere umano abbia naturalmente bisogno di relazioni. La differenza, però, sta forse nel motivo per cui incontriamo qualcuno. Se l’altro diventa indispensabile per sentirci completi, allora gli affidiamo una responsabilità enorme: quella di riempire qualcosa che, probabilmente, nessun’altra persona può davvero risolvere al posto nostro.

“Cuore in silenzio” parte da un vuoto. Quanto può essere difficile attraversare quel vuoto senza cercare immediatamente qualcosa o qualcuno che lo riempia?

Credo che sia difficilissimo, perché il vuoto fa paura. E quando qualcosa dentro di noi fa male, la tentazione più immediata è cercare qualcosa fuori che possa distrarci o anestetizzarci. Il problema è che, se quel vuoto viene semplicemente coperto, probabilmente prima o poi ritorna. In “Cuore in silenzio” il vuoto non viene negato e non viene immediatamente riempito: viene attraversato. Non è un percorso lineare e non credo nemmeno che esista un momento preciso in cui si possa dire: “Ecco, adesso ho risolto tutto”. Però penso che prenderne consapevolezza sia già un punto di partenza
importante.

Anche le copertine di “Odio” e “Cuore in silenzio” raccontano l’evoluzione della stessa protagonista: prima immersa nel caos esteriore, poi nel deserto interiore. Quanto è importante per te che la dimensione visiva prosegua e amplifichi ciò che raccontano le canzoni?

Per questo progetto la dimensione visiva è molto importante, perché la trilogia nasce come tre capitoli di un unico percorso. Mi piaceva l’idea che ci fosse continuità anche nelle immagini e che la stessa protagonista accompagnasse visivamente l’evoluzione raccontata dalle canzoni.

Il 24 agosto hai presentato “Cuore in silenzio” all’Azzurra Film Festival, ricevendo anche un riconoscimento per la sua originalità. Che effetto fa vedere un brano musicale dialogare con un contesto cinematografico e ricevere un riconoscimento proprio per la sua capacità narrativa?

È stato molto bello, soprattutto perché il riconoscimento è andato alla canzone e non soltanto al videoclip. Vederla presentata in un contesto cinematografico, prima ancora della sua uscita ufficiale, mi ha fatto capire che forse quel mondo narrativo che sto cercando di costruire riesce ad arrivare anche oltre la musica.

La trilogia si concluderà il 24 novembre con “Quando i sogni muoiono”. Senza svelarci troppo, possiamo aspettarci un nuovo cambio di prospettiva rispetto ai primi due capitoli?

Sì, assolutamente. E forse è proprio questo il motivo per cui sento “Quando i sogni muoiono” come la naturale conclusione della trilogia. Dopo lo smarrimento di “Odio” e il tentativo di ritrovarsi in “Cuore in silenzio”, arriva un altro momento di confronto. Perché ritrovare se stessi non significa necessariamente avere tutte le risposte, né smettere di avere illusioni, desideri e contraddizioni. Alla fine, crescere o acquisire consapevolezza non significa arrivare in un posto sicuro per sempre. Non voglio svelare troppo, ma “Quando i sogni muoiono” chiuderà il percorso lasciando aperta proprio questa domanda: cosa resta di noi quando smettiamo di riconoscerci in ciò che avevamo costruito?

— Onda Musicale

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