18 Settembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 10 Settembre 2019 07:07

White Album: un prisma eclettico che seduce ancora (seconda parte)

White Album: un prisma eclettico che seduce ancora (seconda parte)
Stampa
Condividi questo articolo Facebook Twitter Google Plus
L'autore Massimo Bonomo


Le sessioni dellarealizzazione di The Beatles / The White Album iniziarono ufficialmente il 30 Maggio, quando vennero gettate le basi di “Revolution”: canzone in linea con il rovente clima politico del momento, concepita da John Lennon per esprimere il proprio personale punto di vista sul tema da essa trattato.

Nel White Album “Revolution” appariva come un blues elettrico molto lento e ammiccante, che si trasformava in un collage sonoro composto da spezzoni di dialoghi tratti da film, esplosioni e spari, accenni orchestrali, ma in corso d’opera “Revolution” si trasformò in due pezzi distinti, “Revolution 1” e “Revolution n.9”. La terza versione di “Revolution”, in uno stile hard rock, diverrà uno dei primi singoli pubblicati dalla Apple nel corso di quell’anno che la vide nascere.

Restando sempre nell’ambito delle composizioni firmate da John, non possiamo tralasciare “Dear Prudence”, dal momento che contiene un chiarissimo riferimento a Prudence Farrow, sorella della più nota Mia, che a Rishikesh trascorreva lunghe ore a meditare, senza concedersi troppo alla compagnia degli altri ospiti. “Glass Onion” invece è pensata apposta per confondere tutti coloro che si scervellavano nel dissezionare i testi delle canzoni del gruppo per trovarvi chissà quali pretesi significati nascosti. Non a caso è piena zeppa di citazioni e rimandi ad altri testi dei Beatles! “The Continuing Story of Bungalow Bill” invece colpisce con tagliente sarcasmo uno degli ospiti dell’ashram, figlio di una socialite americana, cimentatosi in una battuta di caccia alla tigre.

“Everybody’s Got Something To Hide Except For Me And My Monkey” come del resto anche “Birthday” – è uno sbalorditivo pezzo hard rock (soprattutto nella parte finale, in cui la tessitura delle voci che ripetono “come on come on” lascia senza fiato per la dinamicità e la modernità) in cui Lennon si riferisce all’ossessiva attenzione dei media per la sua nuova compagna, Yoko Ono, che durante la realizzazione del White Album non lo abbandonava mai. “Yer Blues” invece è un pezzo che fa il verso all’esplosione – nel 1968 – del British Blues (per fare un esempio, Fleetwod Mac), mentre “Julia” è un pezzo dove Lennon si rivela nella sua profonda intimità, manifestando una profonda nostalgia per quella madre che perse in un incidente stradale a Liverpool nel 1958.

Prima di passare alle composizioni di Paul è necessario sottolineare come durante le sedute di The Beatles divenne più marcata la fisionomia di ciascun compositore, rendendo perciò le singole canzoni chiaramente attribuibili. McCartney firma il primo pezzo, “Back In The USSR”, ispirandosi chiaramente allo stile che aveva reso famosi i Beach Boys: alle ragazze californiane si sostituiscono quelle russe e ucraine. Geniale parodia! Il brano che aprirà l’LP è da ricordare perché la parte di batteria fu registrata durante l’assenza di Ringo.

“Ob-La-Di, Ob-La-Da” è la giocosa e divertente storia a lieto fine di Desmond e Molly, ma la sua meticolosa realizzazione e il suo stile infantile e scanzonato fecero venire i nervi agli altri membri del gruppo. “Martha My Dear”, per certi versi un connubio tra Classica e Rock, non si riferisce a nessuna donna. Martha all’epoca era il cane di Paul! “Blackbird”e “Mother Nature Son” sono sublime poesia espressa attraverso un’immensa semplicità, dato che lo strumento dominante è la chitarra, suonata con la raffinata tecnica del fingerpicking, cioè utilizzando i polpastrelli come plettro. Soprattutto ascoltando la seconda, si prova un’emozione fortissima.

“I Will” è imparentata con i pezzi or ora nominati, ed esprime il McCartney dell’amore romantico e sognante. Le restanti composizioni figlie di Paul sono una più diversa dell’altra: “Why Don’t We Do It In The Road?” è un pezzo molto breve e sopra le righe, dato che esprime ciò che il titolo manifesta: secondo l’aneddoto pare che Paul vide in India due scimmie che si accoppiavano ed ecco lo spunto al volo per un nuovo pezzo! “Rocky Raccoon” è un interessante canzone di ambientazione western, ma il pianoforte classico da saloon ci dice che la canzone ha un po’ il sapore della parodia e quindi non dev’essere presa troppo sul serio. “Helter Skelter” invece era stata concepita ispirandosi allo stile degli Who: la critica musicale l’ha sempre definita come proto-metal. Non è esattamente così.

Diciamo che è un hard rock in cui possiamo intravedere tracce di un futuro genere metal. Il pezzo purtroppo venne individuato dallo squilibrato Charles Manson (leggi l'articolo) come sostegno alle proprie malate teorie che, nell’Agosto 1969 disgraziatamente mise in pratica con i suoi seguaci. L’Helter Skelter altro non è che uno scivolo a chiocciola. “Honey Pie” (non il suo alter ego sgangherato e surreale, la versione wild) è l’esatto opposto dell’hard rock di Helter Skelter, dato che è un affettuoso omaggio alle jazz band degli anni Trenta, quelle dei tempi di Jim McCartney, il padre di Paul. La finta patina vintage del pezzo è resa assai credibile dal crepitare di uno di quei giradischi che leggevano i vinili a 78 giri. Semplicemente delizioso !

Quanto a Ringo, nel doppio bianco gode di uno spazio da solista un pochino più ampio rispetto al solito. In “Don’t Pass Me By” il suo consueto piglio gioviale e rassicurante riesce ad alleggerire, nella solitudine, la sofferenza creata dalla lunga attesa della propria donna. Ringo, è vero che non possiede l’estensione vocale di John o di Paul, ma quando canta “Good Night”, ninna nanna a chiusura del secondo e ultimo LP, è di una tenerezza infinita. Come non volergli bene?

Non ci resta che parlare di George. Nonostante lo spazio che Lennon e McCartney avevano detenuto sino a quel momento (essendo a loro ascritte la maggior parte delle canzoni del catalogo Northern Songs), Harrison riesce a ritagliarsi un suo spazio di tutto rispetto, ma sarà comunque una questione di energia repressa, dato che a fine 1970, dopo lo scioglimento del gruppo, sgancerà quella bomba atomica da tre LP che è il suo capolavoro: All Things Must Pass. Nel White Album l’Harrison compositore maturo troneggia con While My Guitar Gently Weeps alla quale collaborò, in maniera del tutto inedita, un ciclopico Eric Clapton, ormai prossimo alla conclusione dell’avventura Cream (a Novembre di quell’anno). La canzone medita e riflette sulla disarmonia che si è lentamente infiltrata tra i quattro dopo il loro ritorno dall’India (e che nell’anno successivo porterà alla graduale fine del gruppo).

“Piggies” è una satira sferzante sull’avidità (proprio come i maiali) e il consumismo dominanti già negli anni Sessanta, il tutto letto in una chiave Orwelliana. Il contrasto nella canzone si crea dall’incontro-scontro tra il tema che essa tratta e la raffinata melodia di orchestra e clavicembalo. “Savoy Truffle”, ispirata molto semplicemente da una scatola di cioccolatini e dalla passione del caro amico Clapton per essi e la cioccolata in genere, fa la sua porca figura grazie a una chitarra molto nervosa insieme a una sezione di fiati molto marcata e quasi distorta.

Long Long Long”, momento molto intimo e raccolto in mezzo al fracasso di “Helter Skelter” e alla forza sovversiva e ribelle di “Revolution 1”, parla di amore, ma non quello verso una donna. Harrison si riferisce all’amore per Dio, conquista che appaga pienamente il suo spirito, dandogli una gioia vera e autentica.

A conclusione di tutto ciò, che aggiungere? Se qualcuno vi chiedesse com’è l’album bianco, fateglielo sentire con ottime cuffie nel mixaggio del 2018. Non potrà restare indifferente alla potenza inalterata che è ancora in grado di sprigionare dopo 51 anni.

 

   Massimo Bonomo - Onda Musicale 

 

Leggi altri articoli della rubrica "Oggi in primo piano"