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Tell me a song: “Duchess” dei Genesis

C’è una canzone che comincia dal nulla e finisce nel nulla, e nel mezzo racconta un’intera vita.

È “Duchess“, il brano che apre — non a caso — Duke, il decimo album dei Genesis, uscito nel marzo del 1980. Un pezzo che nasce come intro strumentale sospesa e si trasforma, minuto dopo minuto, in una delle più eleganti parabole mai scritte sul prezzo del successo.

Siamo alla fine degli anni ’70 e i Genesis sono ormai una band diversa da quella che tutti ricordano

Peter Gabriel se n’è andato da tempo, Steve Hackett sta per lasciare, e il trio superstite — Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford — si trova a reinventarsi quasi per necessità. È in questo clima di cambiamento che nasce Duke, un disco che segna il passaggio definitivo dal progressive rock più visionario a un suono più diretto, quasi pop, senza però rinunciare del tutto all’ambizione compositiva del passato. E “Duchess” ne è il manifesto perfetto: dura oltre sei minuti nella versione album, eppure si muove con la leggerezza di una ballata.

Il brano nasce da un innesto quasi chirurgico: un frammento scartato da Mike Rutherford durante le session del suo disco solista Smallcreep’s Day si fonde con un’idea di Tony Banks, e il risultato prende vita in studio grazie a un ingrediente che, per i Genesis, all’epoca era pura fantascienza: una drum machine, una Roland CR-78, usata per la prima volta nella storia della band. Quel ticchettio meccanico e leggermente straniante che apre il pezzo non è quindi solo una scelta sonora, ma un piccolo atto di rottura: il gruppo che aveva costruito la propria identità sull’organico e sull’imprevedibile del rock progressivo si affida, per un attimo, alla precisione glaciale dell’elettronica.

“And on the road,
Where all but a few fall by the wayside on the grassier verge,
She battled through
Against the others in her world, and the sleep, and the odds”

Ed è proprio da quel battito artificiale che tutto prende forma

La batteria vera di Collins entra pian piano, si struttura, cresce, fino a esplodere in un ritornello che è puro pop sinfonico. Ma è il testo, più ancora della musica, a fare di “Duchess” un piccolo capolavoro narrativo. Racconta la storia di una cantante che sogna i grandi palchi non per fama o denaro, ma per il puro amore della musica; la vediamo raggiungere il successo, diventare idolo di folle in delirio, e poi — inevitabilmente — smarrirsi nel tentativo di restare rilevante, fino a perdere quella scintilla che l’aveva resa speciale. Non c’è un villain in questa storia, non c’è un colpevole: c’è solo il tempo, il pubblico capriccioso, e l’eterno ciclo dell’industria dello spettacolo che consuma chi adora.

Tony Banks l’ha definita a lungo la sua canzone preferita dell’intero album, apprezzandone proprio la capacità di “venire dal nulla e sparire nel nulla” — una struttura circolare che rispecchia perfettamente il destino della protagonista: dall’oscurità alla luce, e di nuovo all’oscurità. Non stupisce che “Duchess” fosse pensata, insieme a “Behind the Lines”, “Guide Vocal”, “Turn It On Again”, “Duke’s Travels” e “Duke’s End”, come parte di una suite nascosta che avrebbe dovuto occupare un intero lato del disco, prima che la band decidesse di distribuire i brani lungo tutto l’album per timore di essere paragonata, ancora una volta, al capolavoro “Supper’s Ready”.

A distanza di oltre quarant’anni, “Duchess” resta uno dei momenti più sottovalutati del catalogo dei Genesis: un brano che riesce a essere sperimentale e immediato allo stesso tempo, che parla di celebrità con la stessa freddezza chirurgica del suo drum machine iniziale, ma che nel ritornello si scioglie in un’emozione sincera. È la fotografia perfetta di una band in transizione, capace di guardare al futuro senza dimenticare la propria vocazione per le storie più grandi della vita stessa.

Formazione

  • Tony Banks – tastiere, cori
  • Phil Collins – voce, batteria, drum machine
  • Mike Rutherford – chitarra, basso, cori

— Onda Musicale

Tags: Genesis, Phil Collins, Peter Gabriel, Tony Banks, Mike Rutherford
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