È uscito “controluce”, il primo album dei sokind, il duo formato da Massimiliano e Lorenzo. Il disco è uscito il 25 settembre, conta dieci tracce ed è il primo progetto interamente in Italiano della coppia
Nei crediti di controluce compaiono due nomi soltanto, e compaiono ovunque: scrittura, produzione, mix, grafica, parte visiva. Dieci brani e dieci Official Visual, girati nello stesso salotto con la camera ferma e i testi che si scrivono a macchina sullo schermo. Il metodo di lavoro è un passaggio continuo. Una bozza va da uno all’altro, una frase cambia un arrangiamento, un beat riscrive un testo, e a un certo punto la demo da cui erano partiti somiglia poco a ciò che finisce sul disco. Massimiliano va d’istinto, soprattutto sulle melodie. Lorenzo è analitico e vuole portare ogni elemento della produzione al massimo. Il disco nasce dall’incontro tra queste due attitudini.
Le storie di controluce partono da qualcosa di vissuto, da vicino o in prima persona, e poi vengono modellate dalla canzone: cambiano un tempo, un luogo, un dettaglio. In Ricordi, nata da un lutto vissuto dalla migliore amica di Massimiliano, la produzione resta volutamente minimale per lasciare spazio alla voce. Altrove il disco parla del tempo che passa, delle decisioni lasciate a metà, dei ritorni che non arrivano. Con loro abbiamo parlato di come si capisce che un pezzo funziona, di quanto si può cambiare una storia vera senza tradirla, della scelta di un set unico per tutti i video e di cosa significa fare tutto da soli: la libertà che ne viene e il rischio di diventare maniaci del controllo. Ecco le loro risposte.
Il vostro metodo di lavoro si basa su un passaggio continuo dei brani tra Massimiliano e Lorenzo, in cui una frase può stravolgere un arrangiamento e un beat può riscrivere un testo. Come riuscite a gestire questo processo fluido senza perdere l’idea originale di un pezzo?
Quasi sempre partiamo da una bozza, non da un brano già definito. Può essere un ritornello, una strofa, una melodia oppure una base preparata da Lorenzo sulla quale poi iniziamo a lavorare con voce e testo. Il fatto che il pezzo passi continuamente da uno all’altro fa sì che cambi molto durante il processo. Non ci interessa troppo preservare a tutti i costi l’idea iniziale: ci interessa arrivare alla versione migliore possibile del brano, anche quando questo significa allontanarsi parecchio dalla demo da cui siamo partiti. In controluce è successo spesso. Se facessimo ascoltare alcune delle prime versioni, probabilmente sorprenderebbero per quanto sono diverse da quelle finite sul disco.
Quando capita che uno dei due sia particolarmente legato a un’idea, cerchiamo semplicemente una mediazione che non lasci nessuno dei due scontento. Non abbiamo invece un criterio rigido per capire se una modifica funziona: molto spesso lo sentiamo a pelle. Se un pezzo non ci convince, ce ne accorgiamo abbastanza presto. Non cancelliamo mai nulla, ma evitiamo di investirci troppo tempo se sentiamo che non sta andando nella direzione giusta. Anche il nostro modo di lavorare è abbastanza diverso e probabilmente è proprio questo che crea equilibrio. Massimiliano è più istintivo, soprattutto sulle melodie: non tutto deve essere sempre pensato e calcolato. Lorenzo è molto più analitico sulla produzione e tende a voler portare ogni elemento al massimo delle nostre possibilità. Il risultato nasce spesso proprio dall’incontro tra queste due attitudini.
Leggendo le note di lavoro di controluce, emerge chiaramente come le storie reali da cui partite vengano poi trasformate e modellate per far sì che chiunque possa immedesimarsi. Quanto è importante per voi la differenza tra il “documentare la realtà” e il “creare una canzone”?
Partiamo sempre da qualcosa di reale, da esperienze che abbiamo vissuto direttamente o molto da vicino. Quando però quella storia deve diventare una canzone, inevitabilmente iniziamo a modificarla: cambiamo alcuni dettagli, i tempi, a volte i luoghi, perché quello che ci interessa non è documentare fedelmente un episodio ma trovare la forma migliore per raccontarne il sentimento. Dipende comunque molto dal brano. In Ricordi, per esempio, ci interessava restare più vicini possibile a ciò che era realmente successo, mentre in altri casi ci siamo presi più libertà narrativa.
Per noi è fondamentale che chi ascolta possa riconoscersi, anche senza aver vissuto esattamente la stessa situazione. Sapere che altre persone hanno provato sentimenti simili ai nostri è quasi una cartina tornasole: significa che la musica è riuscita a creare empatia e a uscire dalla dimensione strettamente personale. Raramente inventiamo una situazione da zero. Può capitare invece di estremizzare qualche elemento per rendere più diretto o accessibile un concetto. Quello che cerchiamo sempre di evitare è che una canzone sembri una pagina di diario, oppure che cada nello scontato, nel cliché o in qualcosa che non sentiamo davvero nostro.
Il tema del lutto e della memoria viene affrontato in Ricordi attraverso gli oggetti e i gesti della quotidianità. È stato difficile trattare una materia così personale e reale all’interno di un flusso produttivo prevalentemente elettronico?
Ricordi nasce da un lutto vissuto dalla migliore amica di Massimiliano, quindi da una storia che Massimiliano ha vissuto molto da vicino pur non essendo un’esperienza biografica sua. Fin dall’inizio sapevamo di doverla trattare con molta attenzione. Nella scrittura abbiamo cercato di entrare nel dettaglio il giusto: abbastanza da raccontare il legame e quello che era successo, ma senza mostrare tutto. Alcune cose abbiamo preferito lasciarle fuori proprio per rispetto della persona che aveva vissuto quella perdita in prima persona.
Anche per questo la produzione è rimasta volutamente minimale. Volevamo lasciare più spazio possibile alla voce e al testo, e usare l’elettronica per amplificare il dolore con delicatezza, senza trasformarlo in qualcosa di melodrammatico. Alcuni degli oggetti e dei ricordi raccontati nel brano sono reali, altri invece sono stati costruiti o modificati per dare una forma più completa alla canzone. La cosa più importante era trovare un equilibrio: raccontare qualcosa di vero senza renderlo invadente, retorico o forzatamente emotivo.
Nel disco ricorrono spesso concetti come il tempo che passa, le decisioni elaborate a metà e i ritorni mancati. Possiamo considerare controluce come un album sulla consapevolezza e sull’accettazione?
Non sappiamo se definiremmo controluce un album sulla consapevolezza e sull’accettazione in senso stretto, però sono sicuramente due temi presenti e che attraversano diversi brani. Spesso lo fanno passando attraverso le relazioni, che diventano quasi il luogo in cui certe consapevolezze emergono. L’accettazione, poi, non arriva sempre. A volte la fine di un processo può diventare un catalizzatore e aiutarti ad accettare qualcosa di te o di ciò che è successo, altre volte invece quel percorso rimane incompleto. A noi è capitato entrambe le cose.
Nel disco ci interessa molto anche il rapporto con il passato: non tanto cancellarlo o chiuderlo definitivamente, quanto imparare a portarselo dietro in modo diverso. Lontano da te e Controvento, probabilmente, sono due dei brani che raccontano meglio questo tipo di trasformazione. controluce non dice che tutto passa. Alcune cose cambiano forma, peso e sfumatura, e insieme a loro cambia anche il nostro modo di guardarle.
I dieci Official Visual condividevano lo stesso set e una camera fissa, con un effetto macchina da scrivere per i testi. Da dove nasce questa ricerca di essenzialità e coerenza stilistica per la parte visiva del progetto?
La scelta del set unico nasce prima di tutto da una questione stilistica. Ci piaceva l’idea di costruire uno spazio che ricordasse il salotto di una casa e riempirlo di piccoli gesti quotidiani, lasciando che fossero proprio quei gesti a cambiare da un brano all’altro. Anche la camera fissa è stata prima di tutto una scelta estetica, ma poi ha assunto anche un significato più concettuale: mantenere sempre lo stesso punto di vista ci permetteva di far cambiare quello che accadeva dentro l’inquadratura, senza cambiare continuamente il modo di guardarlo. In un certo senso, lo spazio rimane fermo mentre sono i gesti, le presenze e le situazioni a trasformarlo.
L’effetto macchina da scrivere nasce invece dalla volontà di unire visual e lyric video senza realizzare due linguaggi separati. Ci sembrava un modo semplice ma riconoscibile per far convivere immagini e parole. Poi c’è anche un aspetto molto concreto: facendo tutto da soli, dalla A alla Z, il tempo a disposizione era poco e dovevamo ottimizzarlo il più possibile. Tra allestimento del set, luci e riprese abbiamo concentrato la giornata di set in circa otto ore; la post-produzione ha richiesto più tempo. Quella formula ci è sembrata il compromesso migliore tra coerenza, fattibilità e risultato finale.
A livello visivo Massimiliano è molto attratto dalla simmetria e dalla pulizia dell’inquadratura. Il cinema è sicuramente una fonte d’ispirazione importante, soprattutto autori come Kubrick, Villeneuve e Wes Anderson, anche se l’obiettivo non era citarli direttamente, ma assorbire un certo modo di pensare lo spazio e la composizione.
Essendo un duo che ricopre internamente ogni fase della filiera – dalla scrittura al mix, fino alla grafica –, qual è il vantaggio più grande e quale la sfida principale di essere completamente autosufficienti?
Il vantaggio più grande è sicuramente la libertà, insieme alla flessibilità. Poter seguire un’idea dall’inizio alla fine ci permette di cambiarla velocemente, provare soluzioni diverse e prendere decisioni senza dover tradurre continuamente a qualcun altro quello che abbiamo in testa. L’altra faccia della medaglia è il tempo che richiede, insieme alla stanchezza e soprattutto al sovraccarico mentale. Molte di queste competenze fanno già parte del nostro lavoro quotidiano, quindi la difficoltà principale non è tecnica: è riuscire ad avere energie e lucidità per seguire tutto contemporaneamente.
Abbiamo comunque una divisione dei ruoli abbastanza naturale: Lorenzo si occupa principalmente della produzione, mentre Massimiliano segue soprattutto le scelte visive e la promozione, compresa la parte social. Le decisioni, però, vengono sempre prese in due. Non c’è uno che decide per l’altro: è una divisione pensata semplicemente per lavorare meglio ed essere più efficienti. Essere autosufficienti non significa voler restare chiusi. Siamo aperti a chiunque possa aiutarci a far crescere il progetto e a portarlo più lontano. Il rischio, semmai, è diventare un po’ maniaci del controllo — e probabilmente un po’ lo siamo — perché ci teniamo che le cose siano fatte bene e che tutto rimanga credibile e coerente. Cerchiamo di bilanciarlo fidandoci l’uno dell’altro, lasciando le porte aperte e ascoltando consigli e critiche.









