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Intervista ai Big One, all vigilia del loro concerto a Trento del prossimo 11 ottobre

Nati nel 2005, protagonisti di tour italiani ed esteri che li hanno consacrati come migliore tribute band floydiana in Europa, i Big One hanno quattordici anni di attività durante i quali hanno attinto a piene mani dai classici di tutta la produzione dei Pink Floyd riproponendo in maniera fedele sonorità e arrangiamenti con i quali David Gilmour e compagni hanno scritto la storia del rock.

Alla vigilia del loro concerto all’Auditorium Santa Chiara di Trento, il prossimo 11 ottobre, abbiamo intervistato il loro leader, Leonardo de Muzio.

Quando nasce il progetto Big One?

Il progetto Big One nasce nel lontano 2005 quando, da una mia idea e dalla passione per questa musica, ho pensato di creare un gruppo che potesse riprodurre, il più fedelmente possibile,  la musica che amavo e che ho sempre ascoltato, quella dei Pink Floyd.

Che cosa rappresenta per voi portare la musica di una delle band più amate di sempre in giro per l’Italia?

Che cosa rappresenta… è una bella domanda! Per me la musica dei Pink Floyd è immortale, paragonabile alla musica Classica nel senso più nobile del termine, una musica che raggiunge tutte le generazioni con un linguaggio ricco di melodie e atmosfere oniriche e celestiali, possibili solo dopo una ricerca raffinata di timbri e armonie che trasportano l’ascoltatore in un viaggio. Quello che mi appassiona e mi spinge a credere in questo progetto è proprio la possibilità di diventare un tramite attraverso il quale far rivivere il Mito, attraverso il coinvolgimento che solo un live autentico può dare, a partire dai volumi, le  luci e gli effetti scenografici che contribuiscono al coinvolgimento totale dell’ascoltatore.

Da molti siete considerati la miglior tribute band italiana dei Pink Floyd. Quanto lavoro e dedizione ci sono dietro questo prestigioso riconoscimento?

Nel panorama italiano,  e non solo, ci sono molte realtà che tentano di avvicinarsi a questa musica difficile da onorare. In primis, si tratta di “averla dentro”  non è pensabile tributare la band che ha fatto sognare milioni di spettatori semplicemente riproducendo le melodie,  è necessario avere una grande sensibilità per percepire ogni sfumatura espressiva, impossibile da copiare ma necessaria affinché il pubblico non ci percepisca come dei semplici interpreti. La forza di Big One è proprio questa: il pubblico ci riconosce il fatto che mettiamo la musica al primo posto, supportata da un impianto scenico importante ma sempre a servizio dei suoni che per noi rimangono l’unico faro da seguire. 

Parlaci della vostra Line Up

La band, che ho completamente rinnovato, è composta da musicisti professionisti, tutti appassionati del genere. Alle tastiere e voce abbiamo Stefano Freddi, nella parte del grande Richard Wright, al basso e voce, nella parte di Roger Waters c’è Luigi Signori, batteria Gian Maria Tonin, seconda chitarra Enrico Frigo, backing vocals Debora Farina e Manuela Milanese e Sax, Fabio Rossi. Infine ci sono io, (Leonardo de Muzio) nella parte di David Gilmour per voce solista, chitarra solista e direttore musicale.

Che cosa deve aspettarsi il pubblico di Trento per il concerto del prossimo 11 ottobre

Credo, mi auguro, che il pubblico presente si aspetti innanzitutto di trascorrere una serata nella quale possa far viaggiare la mente e liberare le emozioni. Al giorno d’oggi si tende a dare molta importanza alle cose materiali ma la nostra parte impalpabile ha bisogno di essere nutrita e la musica di qualità, come questa, ci permette di espandere la nostra immaginazione.

Siete una band molto seguita anche sui social, che cosa rappresenta per voi il contatto con il pubblico?

Sì, oltre al pubblico dal vivo, la band negli anni ha conquistato anche un numeroso pubblico social che, attraverso la nostra pagina, può tenere viva la propria passione per i Pink Floyd. Leggendo i commenti, mi accorgo che il pubblico è molto affezionato e mi riconosce la passione nel dedicarmi a questo progetto, uno dei commenti più frequenti e che mi lusinga è il sottolineare che, chiudendo gli occhi, do la possibilità di far rivivere le stesse emozioni provate ai concerti dei Pink Floyd.

Come ultima domanda vorrei chiedervi della vostra strumentazione. Immagino che ci sia tanta tecnologia sul palco insieme a voi. Cosa puoi dirci, in sintesi, al riguardo?

In realtà non ne utilizziamo molta, per buona parte facciamo uso degli stessi strumenti utilizzati dai Pink Floyd nei loro live. Diversamente dalle mode attuali che vedono l’utilizzo del digitale in maniera trasversale, dalle tastiere alle chitarre passando per batteria e basso senza tralasciare il massiccio uso di autotune, resosi necessario per via del basso livello vocale riscontrato nelle produzioni attuali,  io credo che sia necessario avere un approccio “analogico”, esattamente come facevano le grandi band in quel periodo. La grande differenza, purtroppo non riscontrabile da tutti, che sta nell’utilizzare l’analogico, riguarda la  tridimensionalità e il calore del suono che il digitale non ti può dare. In definitiva, il pubblico viene immerso da un’onda sonora percepibile fisicamente.

— Onda Musicale

Tags: Pink Floyd, David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright
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