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Non aspettare di essere scelto: l’AI secondo Luca Red – Intervista

Luca Red presenta la sua IArt

Luca Red parte da un’intuizione per far nascere IArt – Intelligenza Artistificiale, innovativo strumento AI che verrà presentato per la prima volta a Rimini il 14 e 15 novembre

Per anni abbiamo immaginato l’intelligenza artificiale come qualcosa che sarebbe arrivato a rubarci il lavoro. Nella musica, la paura ha assunto forme ancora più radicali: canzoni generate artificialmente, voci sintetiche, artisti virtuali, algoritmi capaci di imitare stili e linguaggi. Ma se l’intelligenza artificiale avesse il potere di rendere più autonomo l’artista invece di sostituirlo?

È questa la domanda che si pone Luca Red ed è proprio da questa intuizione che nasce IArt – Intelligenza Artistificiale, innovativo strumento AI che verrà presentato per la prima volta a Rimini il 14 e 15 novembre.

Non un nuovo modello di AI e nemmeno l’ennesimo corso su ChatGPT, Gemini o Claude, ma uno strumento costruito specificamente attorno alle dinamiche dell’industria musicale.

L’obiettivo dichiarato è aiutare artisti e professionisti a prendere decisioni, leggere dati, individuare problemi e costruire strategie senza dover aspettare continuamente che qualcun altro indichi la strada. Una visione che mette inevitabilmente in discussione il rapporto di potere tra artista e industria.

Da anni ci chiediamo che cosa l’intelligenza artificiale “può fare al posto nostro”. Tu sembri porre la domanda opposta: “che cosa può permetterci di fare da soli?”. Quanto pensi possa essere compreso questo cambio di prospettiva?

Credo che verrà compreso quando smetteremo di raccontare l’intelligenza artificiale soltanto attraverso quello che riesce a generare. A me interessa relativamente che possa scrivere un testo, creare un’immagine, un video o produrre qualcosa al posto mio. La domanda che mi interessa è: quante competenze può rendere accessibili a una persona che prima non le aveva? Nella musica questa cosa può essere enorme. Un artista con IArt oggi può comprendere meglio i propri dati, ragionare sulla strategia, preparare una release, mettere sotto pressione una decisione, studiare il mercato, lavorare sulla propria identità senza dover aspettare ogni volta che qualcuno abbia tempo per lui. La tecnologia farà sempre più cose. La vera differenza la farà quanto diventeremo più capaci noi.

Dici che la rivoluzione dell’AI nella musica potrebbe essere l’autonomia dell’artista. Ma un’industria musicale vive anche di professionisti, relazioni, competenze e mediazione. Dove finisce l’autonomia e dove ricomincia il bisogno degli altri? Non c’è il rischio di convincersi di poter fare tutto quanto da soli anche quando non è così?

Assolutamente sì, e infatti per me autonomia non significa autosufficienza. Un artista avrà ancora bisogno di produttori, manager, musicisti, uffici stampa, editori, etichette e soprattutto di relazioni umane. La musica è e resterà un lavoro collettivo. Quello che deve cambiare è il motivo per cui hai bisogno degli altri. Non dovresti avere bisogno di un manager perché senza di lui non sai cosa fare domani. Dovresti volerlo perché un grande manager può portarti dove da solo non arriveresti. Non dovresti cercare un’etichetta perché altrimenti il tuo progetto rimane fermo. Dovresti incontrarla quando entrambi avete qualcosa da moltiplicare. L’autonomia non elimina i professionisti. Alza il livello della relazione con i professionisti. E IArt sarà pronta a dire anche: qui fermati, questa competenza non ce l’hai, adesso ti serve una persona vera.

Molti artisti passano anni ad aspettare un manager, un’etichetta, un produttore o qualcuno che creda in loro. Perché così tanti artisti si sentono dipendenti dal “permesso” altrui?

Perché per decenni abbiamo costruito un’immagine dell’industria musicale basata sulla selezione: qualcuno dall’altra parte della scrivania doveva dirti “sei pronto”. Il problema è che nel frattempo il mondo è cambiato. Oggi puoi pubblicare senza un’etichetta, comunicare senza una televisione, costruire pubblico senza una radio. Eppure, culturalmente tantissimi artisti continuano ad aspettare di essere scelti. Io cerco di ribaltare questa logica: non aspettare che qualcuno creda abbastanza nel tuo progetto da costruirtelo. Costruiscilo abbastanza perché qualcuno abbia un motivo per crederci.
Questo non significa che arriverai necessariamente al successo. Significa però che quando incontrerai un professionista non gli porterai soltanto una promessa. Gli porterai qualcosa che esiste, produce segnali e può essere valutato
.

Secondo te che cosa NON deve fare l’intelligenza artificiale quando entra nello spazio creativo di un artista?

Può farti domande, mostrarti contraddizioni, aprire possibilità che non avevi visto, analizzare quello che stai facendo. Ma se comincia a dirti quale artista devi diventare, secondo me abbiamo già perso. Se un ragazzo dice a IArt: “Voglio diventare il nuovo Ultimo, dimmi come devo vestirmi e che musica devo fare”, IArt non gli costruirà una copia più efficiente di Ultimo. Gli chiederà perché sente il bisogno di essere qualcun altro. La tecnologia deve amplificare l’identità, non normalizzarla. Per questo una delle cose più importanti che ho cercato di costruire dentro IArt è anche la capacità di non assecondarti sempre. Se una scelta non ha senso, deve dirtelo.

Hai quasi trent’anni di esperienza nell’industria musicale. Se avessi avuto IArt quando hai iniziato, quale errore avresti voluto evitare?

Confondere il talento con un progetto. Quando sei giovane pensi che se hai una bella canzone, una bella voce o qualcosa di speciale prima o poi qualcuno se ne accorgerà. Io avrei voluto qualcuno che mi dicesse molto prima: “Luca, questa è una parte del lavoro. Adesso dimmi chi sei, per chi stai facendo questa musica, cosa vuoi costruire, quali segnali stai producendo e perché qualcuno dovrebbe continuare a seguirti dopo aver ascoltato quella canzone.” Probabilmente avrei commesso comunque moltissimi errori. E meno male, perché alcuni servono. Ma avrei perso molto meno tempo aspettando risposte dagli altri e molto più tempo costruendo le mie.

Se IArt funzionasse esattamente come lo immagini, quale abitudine dell’industria musicale sarebbe la prima a diventare davvero difficile da giustificare?

L’attesa. L’idea che un artista debba stare fermo perché il manager non risponde, perché l’etichetta non ha ancora deciso, perché qualcuno deve preparargli una strategia o perché non ha i soldi per avere cinque professionisti intorno. Non significa fare tutto da soli. Significa che “non so cosa fare adesso” non può più essere una condizione permanente. Vorrei che un artista potesse svegliarsi la mattina, aprire IArt e avere davanti non qualcuno
che gli promette il successo, ma uno strumento che gli permette di ragionare, lavorare, sbagliare, leggere quello che è successo e ripartire. IArt nasce dalla mia esperienza come Artista e come Professionista, ho incontrato davvero tantissimi ragazzi, e quando dico tantissimi dico davvero un’enormità, tutti parlano solo della loro canzone, poche volte canzoni e chiedono supporto
.

Oggi l’industria non può più concedere a nessuno il lusso di avere una canzone e basta. Servono risultati, anche piccoli: segnali concreti che indichino una direzione e diano a chi dovrà investire soldi, lavoro e tempo un motivo per farlo. È qui che IArt può aiutare gli artisti emergenti: a costruire tutto quello che serve perché il proprio progetto inizi a farsi riconoscere.

Attenzione, però: IArt non scrive le canzoni al posto tuo. Se costruisci tutto correttamente ma quello che fai continua a non interessare a nessuno, allora il problema si sposta. A quel punto bisogna avere il coraggio di interrogarsi sulla qualità e sulla spendibilità della proposta artistica. IArt può aiutarti a costruire il progetto. Non può rendere interessante qualcosa che non lo è.

Luca Red presenta la sua IArt

— Onda Musicale

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