Cecilia Barra è un’artista che ha costruito il proprio percorso attraversando contesti diversi, da Milano alla Berklee Valencia, passando per Colonia e Quito, senza però perdere il legame con la scena da cui è partita.
Dopo l’esperienza con i Fool Arcana e la vittoria a Jam the Future di JAZZMI nel 2021, il progetto solista le ha permesso di mettere insieme jazz, neo-soul, R&B, elettronica e cantautorato, lasciando convivere formazione tecnica e istinto.
Con “rose petal”, Cecilia torna anche su una questione che attraversa il suo lavoro: il modo in cui il corpo femminile viene guardato, giudicato e raccontato. Il riferimento a “Bocca di Rosa” di De André diventa così un punto di partenza per osservare quanto siano cambiate le forme del giudizio e quanto, invece, alcune dinamiche siano ancora sorprendentemente attuali. In questa intervista parliamo anche della scena musicale milanese, degli spazi che stanno scomparendo, della necessità di creare nuove occasioni e del rapporto tra studio e libertà creativa.
- Sei partita da Milano con un percorso già molto riconoscibile, passando dai Fool Arcana alla tua ricerca solista, e nel 2021 hai anche vinto con loro Jam the Future di JAZZMI. Oggi, guardando la scena milanese da un’altra posizione, quanto senti che sia una città che offre realmente occasioni e quanto invece sia una competizione continua per conquistarsi spazio, attenzione e pubblico?
Secondo me due cose possono essere vere allo stesso tempo: Milano offre delle possibilità in ambito musicale soprattutto perché ha una scena di musicisti e addetti ai lavori molto solida. Ciò implica che entrare in questa scena sia un po’ più complesso ed è normale che uno si senta sottoposto a un po’ di competizione, e dico ciò da persona che assolutamente non si sente ancora al 100% parte della scena.
- A Milano sembra esserci una quantità enorme di musicisti, cantanti e progetti, ma allo stesso tempo gli spazi e le occasioni per suonare non sembrano crescere allo stesso ritmo. Ti è mai capitato di percepire un senso di competizione con altri artisti, oppure pensi che questa sia una lettura troppo semplicistica di quello che succede nella scena?
Trovo che in questa città ci sia un supporto reciproco sia tra musicisti che con le realtà musicali, non indifferente, che ti fa sentire a volte meno solo. Capisco perfettamente il punto che sollevi riguardo al lento scomparire di spazi e occasioni per suonare: è sicuramente triste che stia accadendo e spero vivamente che la presenza di così tanti artisti sia proprio ciò che serve ad invertire questa tendenza. La soluzione sta proprio nel “problema” secondo me: essere tanti è una risorsa, perché più siamo più possiamo reinventare la città e creare gli spazi che vogliamo.
- Il tuo percorso ha una componente internazionale molto forte: Berklee Valencia, Colonia, Quito, oltre a influenze che vanno dalla scena jazz-funk londinese a Hiatus Kaiyote, Jordan Rakei e RAYE. Tornando a Milano, ti sembra di essere dentro una scena con cui dialogare oppure di dover continuamente trovare il tuo spazio tra linguaggi e mondi musicali diversi?
Trovo che in Italia, nello specifico in questo momento, ci sia tantissima nuova musica interessante. Quest’anno ho scoperto e conosciuto tantissimi nuovi artisti che mi hanno emozionata e fatta divertire, con una visione artistico-musicale ricercata e fresca, tanti vivono a Milano o sono spesso portati qui da festival, eventi e locali. Sono contenta di essere tornata in una città e in una nazione dove posso fieramente dire che gira anche della bellissima musica dalla quale mi sto sicuramente facendo ispirare e con la quale mi piacerebbe tanto entrare in dialogo.
- “rose petal” parte da una questione molto concreta, quella del rapporto tra libertà del corpo e giudizio degli altri, e guarda anche a “Bocca di Rosa” di De André. Ti interessava soprattutto aggiornare quella riflessione al presente oppure capire quanto sia davvero cambiato il modo in cui una donna viene guardata e giudicata?
Ero soprattutto incuriosita da come le stesse questioni affrontate da De Andrè fossero sempre molto presenti e semplicemente avessero cambiato faccia. Il gossip delle comari e il loro tramare sottovoce per far ostracizzare una donna, troppo libertina per i loro gusti, si è trasformato in cyber bullismo, movimenti antifemministi, “trad wife” e “manosphere” e altre forme di aggressione, passiva e non, nei confronti delle donne e il loro corpo. Alla fine, l’idea dietro questo brano è proprio quella di far notare come i temi di un brano del ’67 in realtà siano ancora estremamente moderni e come, 60 dopo, la libertà del corpo femminile e la sua sessualizzazione siano ancora un tema caldissimo.
- Hai una formazione molto tecnica, tra Conservatorio e Berklee, ma la tua musica non sembra voler dimostrare quello che sai fare: anzi, mette insieme jazz, neo-soul, R&B, elettronica e cantautorato in maniera piuttosto libera. Quanto hai dovuto imparare, nel passaggio al progetto solista, a fidarti dell’istinto invece che della preparazione musicale?
Non penso che seguire l’istinto voglia dire mettere da parte la propria preparazione musicale né che la preparazione musicale elimini l’istinto, credo che quest’ultimo cambi e cresca con l’apprendimento e lo studio. Mi spiego: per quanto io mi affidi al mio istinto, nei miei brani e nella mia scrittura si sentirà sempre la mia “formazione tecnica”, semplicemente perché studiare e apprendere la musica ci può solo arricchire, nel momento in cui ti dedichi allo studio con genuina curiosità e apertura mentale. Semplicemente stai integrando nuove parole e strutture grammaticali al tuo repertorio, proprio come leggere un libro per ampliare il proprio lessico e la propria eloquenza. Usare puro istinto senza studio o puro studio senza istinto sono entrambi due approcci deleteri secondo me, serve un buon balance di entrambe.
- Sei nata e cresciuta musicalmente a Milano, ma una parte importante della tua identità artistica sembra essersi formata anche lontano dalla città. Se dovessi togliere per un momento tutta la competizione, i contatti e la necessità di “emergere”, cosa ti piace ancora davvero della scena musicale milanese e cosa invece cambieresti?
Di Milano mi piace quanto variegata è la scena e quanto sia possibile veramente trovare il tuo pubblico qualsiasi cosa tu faccia, oltre al senso di comunità che scrivevo sopra. Mi piacerebbe ci fossero più spazi per entrare in contatto diretto con gli addetti ai lavori che non sia solo tramite conoscenze e raccomandazioni, degli hub dove i management e le etichette veramente di mettano ad ascoltare le nuove proposte, venendo ad ascoltare dal vivo i progetti e non sono guardando i numeri sui social.


