4 Agosto 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 28 Luglio 2020 09:45

Nuovo sound milanese anni ’70. Intervista al famoso batterista Walter Calloni

Nuovo sound milanese anni ’70. Intervista al famoso batterista Walter Calloni
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L'autore Stefano Leto


Walter Calloni è un famoso (e bravissimo) batterista, con una carriera professionale di tutto rispetto. Ha collaborato con alcuni tra i più grandi artisti italiani tra cui Roberto Vecchioni, Gianna Nannini, Paolo Conte, Lucio Battisti, Loredana Bertè, Eugenio Finardi e tanti altri.

É considerato da molti come uno degli inventori del nuovo sound milanese, quello che nei primi anni settanta veniva promosso attraverso gli album dei grandi cantautori italiani. Nel corso di questa bella intervista, incontriamo un artista, che non ha suonato come musicista turnista professionale, per tutta la vita, unicamente per arricchirsi, ma scopriamo anche i caratteri di un uomo innamorato della musica, della sperimentazione artistica e della creatività, un uomo che mette davanti a tutto l’amicizia, la stima e la correttezza.

Ecco l’intervista.

 

Quando ti sei avvicinato alla musica?

“Io praticamente fin da piccolo non avevo scampo! - inizia a raccontarci Walter Calloni - Adesso ti mando una foto attraverso la quale, puoi capire facilmente il perché. Sono nato in una famiglia di musicisti, a casa mia tutti suonavano. Ecco, nella foto che ti ho spedito, puoi vedere mio padre, che è quello con lo spartito in bocca, che si divertiva sempre a fare lo spiritoso e poi vicino a lui c’é il fratello di mia madre, che è stato uno dei più grandi fisarmonicisti italiani degli anni ’50 e ’60. In mezzo al gruppo - ci spiega Walter -  sempre nella stessa foto si vedono i miei zii, che suonavano il pianoforte ed il sassofono, e c’è anche mio fratello che suonava anche lui a livello professionale. Come potete vedere, mancava un batterista. Per questo motivo, fui costretto a diventare un percussionista, fin da giovanissimo. Per quanto riguarda mio fratello, negli anni ’60, aveva suonato anche con la Bo Bo’s Band  di Giulio Capuozzo (storico batterista e fondatore degli Area - n.d.r.) in una delle sue prime formazioni. Mio fratello aveva dieci anni più di me, e purtroppo é mancato giovane. Ho tanti ricordi di lui, ma ogni tanto penso ancora a quando ascoltavamo insieme di notte, Radio Luxembourg , l’unica radio che trasmetteva certa musica moderna, che in Italia non era facile ascoltare, tipo i Jethro Tull e tanti altri nuovi gruppi inglesi ed americani. Tornando alla mia storia, sempre giovanissimo, visto che sapevo già suonare ed ero molto attratto dalla musica, studiai batteria all’ Accademia di Brera."

 

Cosa ricordi dell’esperienza musicale con Eugenio Finardi?

“Vorrei precisare fin d’ora che io ho suonato nei primi tre album di Eugenio Finardi, non come turnista, ma come amico di tutti i presenti, amici con i quali già suonavo insieme, perché compagni di scuola. Ci frequentavamo per suonare - ci spiega Walter - con la voglia di creare musica nostra. All’inizio eravamo io, Riccardo Fassi e Alberto Camerini, poi arrivò anche Eugenio (Finardi - n.d.r.), il quale ebbe in seguito la possibilità di firmare un contratto da solo, come cantautore, con la Cramps Records, così noi amici lo affiancammo nelle registrazione dei suoi primi tre album. Erano gli anni ’70 ed in quel periodo tramite Eugenio conobbi Claudio Pascoli (famoso sassofonista ed arrangiatore italiano - n.d.r.), il quale ci invitò a fare dei provini alla Numero Uno (storica casa discografica milanese fondata dal Mogol, da suo padre, dal produttore Colombini e da Lucio Battisti - solo per citarne alcuni - n.d.r). Mentre suonavamo insieme, quel giorno passò per i corridoi Lucio Battisti, il quale rimase molto colpito dal nostro sound e quasi subito decise di lasciare a casa il suo gruppo spalla dell’epoca, che si chiamava ‘Il Volo’, e di prenderci con lui. Era il 1976, io avevo vent’anni; io e i miei amici diventammo così la band di Lucio Battisti. Con il grande Lucio, abbiamo fatto un disco minimalista, un album intitolato ‘Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera’. Fu un lavoro abbastanza criticato, perché alcuni brani potevano sembrare ispirati alla disco music, invece si trattava di musica minimalista, e alcune composizioni sono da considerarsi dei veri capolavori. Per esempio la canzone ‘Respirando’, fu registrata di notte, da un Lucio Battisti, il quale da solo riuscì a fare tutto. Questo disco, - continua Walter Calloni - tra le altre cose, ispirò anche alcune band britanniche molto famose. Dopo qualche mese dalla fine della registrazioni, mi chiamò al telefono il famoso bassista Hugh Bullen, che mi propose di suonare a Londra con il celebre Wendell Richardson, il chitarrista degli Osibisa. Non ci pensai un attimo, presi il primo aereo, per  poi ritrovarmi a Londra, a suonare insieme con mezza band degli Osibisa. Ero molto giovane, avevo 21 anni e l’incoscienza di quel periodo portava me ed i miei colleghi ed amici a non avere un rapporto di sudditanza nei confronti di questi famosi artisti, bensì di amicizia e soprattutto di collaborazione musicale. Non ci rendevamo nemmeno conto che c’erano gruppi che avrebbero strisciato per terra pur di avere la possibilità di lavorare con Lucio Battisti, che era un genio della musica. Eravamo dei ragazzini con una voglia pazza di suonare, forse per quello piacevamo tanto a Battisti. Una volta rientrato in Italia, ricordo che cercai Mauro Pagani, che diventò una figura molto importante  della mia carriera. Mauro mi voleva con lui e Demetrio Stratos, per fare il suo primo disco sperimentale. Fu un’esperienza meravigliosa, suonammo musica etnica, io in particolare suonavo tamburi speciali e strumenti egiziani, mentre Demetrio improvvisava con la sua meravigliosa voce. Vorrei sottolineare che in quella occasione non venni chiamato come musicista turnista ma come ospite. Come nel caso degli Area; io non ero il batterista degli Area, io fui chiamato come ospite insieme a tanti altri, per incidere quel disco, che poi era un concept album intitolato ‘Maledetti’ (Maudits). Ad invitarmi fu proprio Demetrio Stratos. C’erano anche Paolo Tofani e Patrizio Fariselli. L’album uscì come disco degli Area per ovvie questioni commerciali, ma fu un L.P. con grande alternanza di ospiti musicisti, ognuno dei quali era pronto a dare il proprio contributo musicale. Tornando a Mauro Pagani, mi fu presentato da Demetrio Stratos che ha da sempre creduto in me. Partecipai  alle registrazioni del suo primo album, fatto di meravigliosa musica mediterranea. Ricordo che c’era anche Teresa De Sio.  Una volta finite le registrazioni, partimmo per rappresentare l’Italia al Festival Mondiale della Gioventù di Cuba nel 1978. Non appena tornato, sempre Demetrio Stratos mi invitò a partecipare alle registrazioni di un album stile Rock ’n’ Roll, un po’ per ritornare alle nostre radici. Conobbi Stefano Cerri il bassista e Stefano Pulga ed insieme, cominciammo a lavorare con Roberto Vecchioni, il quale in quel periodo faceva delle cose straordinarie tipo ‘Samarcanda' per intenderci, eravamo la sua band.

Ad un certo punto fu proprio Mauro Paoluzzi (noto compositore, musicista e produttore - n.d.r) che si rese conto che eravamo un gruppo musicale di un certo spessore, molto affiatato e che ci propose di andare a suonare negli Stati Uniti con l’ Average White Band. Suonammo in giro per gli U.S.A. per due anni. Fu un sogno! Eravamo in stretto contatto con alcuni dei più famosi musicisti americani del periodo (1979). Ad un certo punto però fummo costretti a ritornare in Italia, perché i sindacati americani scoprirono che noi lavoravamo sempre più frequentemente per questi grandi artisti, senza una carta verde, senza essere sposati, senza nessuna posizione fiscale e oltretutto senza essere iscritti ai sindacati. In poche parole davamo fastidio ai musicisti americani. Io poi fui anche contento di ritornare in Italia perché nel frattempo ero stato chiamato da un amico che mi disse che la P.F.M. mi cercava, perché c’era bisogno di un batterista.

Io conoscevo già Franco Mussida e Flavio Tremoli perché eravamo stati chiamati a suonare insieme nel disco di Paolo Conte del 1979, ‘Un gelato al limon’, sempre come amici, come musicisti, non come turnisti.

Tornando alla P.F.M., fu Franco Mussida a fare il mio nome, perché disse agli altri che in quel momento in Italia c’era un ragazzino di talento appena tornato dall’America che suonava bene la batteria. Avevo 23 anni ed entrai così nella Premiata Forneria Marconi. Mi ricordo che dopo poche ore di prove mi ritrovai sul palcoscenico in Svizzera con loro, a suonare nel loro primo concerto registrato che poi uscì come DVD.

Tirando le somme io mi trovai dai 17 ai 23 anni a vivere molto intensamente una situazione musicale di altissimo livello, a cominciare da quando iniziai a suonare con Lucio Battisti che mi prese con lui quando ero appena un ragazzino con poca esperienza. Battisti dimostrò una grande forza che riuscì anche a trasmettere in seguito a noi giovani musicisti. Forse è questo che manca nella musica al mondo d’oggi, quella grande forza che mi piacerebbe ritrovare nei grandi artisti di adesso. Battisti voleva portare avanti i musicisti giovanissimi, riusciva a dare alle nuove generazioni la possibilità di sognare. Oggi non è più così, si preferisce pagare i grandi musicisti americani per fare bella figura. Oggi la musica é un business.

Personalmente non ho mai pensato tanto ai soldi, anche perché l’arte era una cosa normale nella famiglia. Non sono un artista con 10 appartamenti a Miami Beach, ho sempre pensato alla musica e all’amicizia. Addirittura mi sono sentito dire da un famoso musicista, di cui ovviamente non faccio il nome, che la bravura di un artista si misura attraverso il conto il banca, più soldi hai e più bravo sei. Io non ho mai ragionato così.

La verità è che dopo i 26 anni cominciai a comprendere certi retroscena del mondo dello spettacolo che mi fecero perdere l’entusiasmo iniziale. Mi affacciai sul mondo della didattica a 27 anni, e a volte ero più giovane dei miei allievi. Ero rapito e affascinato dalla gioia di avere a che fare con delle persone giovani che volevano imparare a suonare, a sognare. La didattica fu la nuova passione. Così nacque il C.P.M. (Scuola di musica popolare  contemporanea di Milano - n.d.r ) un nuovo progetto mio e di Franco Mussida. La scelta di fare didattica non è stata dettata da esigenze finanziarie o perché in quel momento non stavo facendo tournée, ma per me é stata un esigenza legata alla necessità di rinnovare la mia passione per la musica. La didattica è fondamentale per me”.

 

Che progetti hai per il futuro?

“Nella mia vita ho sempre continuato a sognare anche se a partire dagli anni ’90 mi sono allontanato dallo Show Business o forse sono stato allontanato…. perché ho cominciato a dire troppi ‘no’. Sto comunque portando avanti la mia musica - conclude Walter - con un gruppo molto interessante che si chiama ‘Tulip Three’ . È in uscita il nuovo album. "

 

  Stefano Leto 

 

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