30 Maggio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 08 Maggio 2020 00:30

Let It Be, la fotografia della fine dei Beatles

Let It Be, la fotografia della fine dei Beatles
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L'autore Andrea La Rovere


Raccontare la storia di “Let It Be” significa raccontare l’epilogo della storia dei Beatles. Infatti, pur non essendo davvero l’ultimo disco registrato ma solo in ordine cronologico a essere uscito, l’8 maggio del 1970, la sua produzione fotografa perfettamente le tensioni che portarono alla separazione dei quattro ragazzi di Liverpool.

Come ampiamente risaputo, le session si svolsero per la gran parte a gennaio del 1969, ben prima di quelle di “Abbey Road”, lavoro ben più coeso che venne pubblicato prima nonostante fosse stato registrato nell’estate dello stesso anno.

Ma andiamo con ordine. La storia contrastata di “Let It Be” (leggi l'articolo) inizia il 2 gennaio del 1969, presso gli studi cinematografici di Twickenham; quel giorno i Beatles si sono dati appuntamento per mettere mano a un progetto che allora si chiama “Get Back”.

I quattro non suonano insieme dalle session del “White Album” di ottobre e hanno passato il tempo assecondando le proprie personalità: Ringo Starr, all’indomani della fine delle registrazione, col disco ancora da mixare, era partito per una vacanza in Sardegna; George Harrison, sempre più avulso dal contesto della band, era volato a Los Angeles, tornando con un futuristico Moog; John Lennon aveva terminato il missaggio con Paul e poi aveva partecipato al “Rock’n’Roll Circus” dei Rolling Stones; Paul McCartney, infine, si era dedicato a quello che sapeva fare meglio, oltre a scrivere canzoni, ovvero fare promozione al disco.

Il progetto iniziale era quello – tanto abusato ancora oggi – di un ritorno alle radici. Le motivazioni principali erano due: negli ultimi dischi i Beatles erano diventati sempre più tecnologici e cerebrali, “Get Back” avrebbe dovuto rappresentare il loro ritorno al suono grezzo e spontaneo degli esordi, senza diavolerie tecniche; il secondo motivo era la voglia di tornare a suonare dal vivo.

Il 4 settembre del ’68, proprio a Twickenham e proprio sotto la guida del regista Michael Lindsay-Hogg, i Beatles avevano tenuto un mini live per la promozione di “Hey Jude/Revolution”, e si erano talmente divertiti da ipotizzare nuovi concerti, a due anni dall’ultimo a San Francisco.

Il progetto prevede quindi la preparazione a un concerto di ritorno, con le prove a Twickenham riprese dal primo all’ultimo minuto, in una sorta di “Grande Fratello” che finirà per rappresentare l’epitaffio filmato della band. I Beatles rimangono a provare negli studi per nove giorni in cui, tra prove di nuove canzoni, tensioni in particolare tra Paul e George, liti e fiammate creative, si consuma la fine del progetto originale. Le ipotesi per il concerto sono suggestive, dall’antico anfiteatro nordafricano – un’idea che anticipa il live a Pompei dei Pink Floyd – al mulino abbandonato sul Tamigi, dalla nave ancorata a largo alla Roundhouse di Londra. Harrison è il più contrario all’idea del live, ritiene infatti che i suoi pezzi dal vivo e senza effetti ne uscirebbero massacrati; Paul è entusiasta, mentre Lennon è sempre più stranito dalle droghe e dalla presenza di Yoko Ono e Ringo Starr appare disinteressato alla riuscita o meno dell’idea.

Il 10 gennaio George Harrison – sempre più suscettibile verso le ansie da leader di McCartney – pianta tutto e se ne va. In un primo momento si ipotizza di sostituirlo con Eric Clapton, poi lo strappo si ricuce, per una volta alle condizioni del buon George: le session porteranno a un disco e dai filmati si ricaverà un documentario. Le registrazioni proseguiranno nei futuristici studi Apple progettati da “Magic” Alex Mardas, amico e recente ossessione di Lennon; al momento di iniziare ci si rende però conto che Mardas, figura a metà tra il prestigiatore e il millantatore, ha combinato un mezzo disastro tecnologico, e solo l’intervento pragmatico di George Martin evita il naufragio. Il produttore ottiene in prestito dalla EMI due registratori a quattro piste e si iniziano così le registrazioni, col tacito accordo di portare avanti il ritorno alle radici, evitando trucchi di produzione.

L’arrivo – propiziato da Harrison – del tastierista Billy Preston, porta una ventata di positività e le session vanno molto meglio, tanto che alla fine i quattro si convincono anche a tenere un piccolo live non in località esotiche ma proprio lì alla Apple, sui tetti, il 30 gennaio.

In assenza di un vero produttore, il missaggio viene affidato a Glyn Jones, coi quattro che si disinteressano ormai quasi platealmente al progetto. Jones appronta due diverse tracklist di “Get Back”, ma vengono ambedue bocciate. A maggio si tengono anche delle sedute fotografiche presso la palazzina EMI in Manchester Square, a ripetere lo scatto del primo album di qualche anno prima. Le session di “Abbey Road”, coi Beatles entusiasti che lo vogliono pubblicare subito, fa cadere tutto nel dimenticatoio per qualche mese.

Passa infatti un anno e, dopo qualche session di rifinitura, Jones propone l’8 gennaio un terzo mix, che viene di nuovo rifiutato. Il 23 marzo è forse la data che – col senno di poi – decreta la fine del gruppo, ovvero quando la produzione viene affidata a Phil Spector. I suoi rimaneggiamenti manderanno talmente in collera Paul McCartney, che questi prenderà a pretesto la questione per sciogliere definitivamente i Beatles.

Si arriva così – finalmente – all’8 maggio del 1970, data in cui il disco, ribattezzato “Let It Be”, vede finalmente la luce. (leggi l'articolo) Il documentario uscirà il 23 dello stesso mese e, a ulteriore dimostrazione del totale disinteresse dei quattro, nessun beatle sarà presente alla prima. Stesso discorso per l’Oscar alla miglior colonna sonora originale che gli sarà assegnato nel ’71, tanto che la statuetta verrà ritirata da Quincy Jones.

Ma, dopo una storia così travagliata, che disco è “Let It Be”? Sicuramente è un lavoro che rimane schiacciato da una parte dalla fenomenale discografia precedente, e dall’altra dall’estremo travaglio della realizzazione. Traversie di cui risente a tratti l’ispirazione, specie in alcune composizioni – “Two Of Us”, “Dig It”, “Maggie Mae” – che si possono tranquillamente definire minori. Altro fattore da tenere in considerazione è quello della produzione spectoriana, che ne fa un disco che definire a tutto tondo dei Beatles è quantomeno opinabile. “Spector ha lavorato come un matto, gli abbiamo dato in mano una pila di merda registrata male e lui è riuscito a tirarci fuori qualcosa” – dichiarava Lennon a “Rolling Stone” nel 1970.

D’altro canto è vero che Paul McCartney non si diede pace fino al 2003 quando, con “Let It Be… Naked”, gli riuscì finalmente di pubblicare il missaggio che avrebbe voluto, privo della mano di Spector; è pur vero però che Paul pur odiando ferocemente gli arrangiamenti orchestrali di “The long and winding road”, la eseguì dal vivo sempre adottando le partiture di Spector.

Ed è proprio nei contributi maccartiani che forse “Let It Be” scrive le sue pagine migliori; “Let It Be”, ispirata da un sogno della madre Mary (la Mother Mary che fece ipotizzare ad alcuni un inno religioso), la stessa “The long and winding road”, sono due tra i pezzi più commoventi e celebri del canzoniere di Paul. “Across The Universe”, scritta da Lennon già nel ’68, rimane invece il migliore e più famoso contributo di John al disco. “Get Back” – rimaneggiata da Spector per farla sembrare un live – e “I’ve got a feeling” rimangono invece le due canzoni più fedeli all’idea del ritorno alle radici rock, e due signori pezzi per i quali più di una band avrebbe fatto all’epoca carte false.

I pezzi di Harrison sono piuttosto evanescenti, così come la partecipazione di Ringo; i brani scritti dal chitarrista sono “I me mine”, un pezzo “bipolare” costituito da una parte malinconica e una più mossa e rock, è una bella canzone ma viene ricordata soprattutto perché fu l’ultima incisione in studio prima dello scioglimento, pur senza l’apporto di Lennon. “For you blue” è invece uno dei brani più smaccatamente blues della discografia, con Lennon curiosamente alla chitarra slide.

In sostanza, “Let It Be” rimane un lavoro slegato e forse disomogeneo, ma comunque di gran livello se non dovesse reggere il confronto con capolavori come “Abbey Road”, “Revolver”, “Sgt. Pepper” e il “White Album”, ma comunque una spanna sopra tanti album coevi. Si ha però la sensazione che la sua importanza sia più storica che musicale: una rara fotografia di una band – la più importante band di sempre – che sta morendo, e che possiamo ancora riascoltare dopo cinquant’anni con immutato rimpianto. Un po’ come le foto che ritraggono la morte di una stella in qualche lontana galassia, e che ci giungono migliaia di anni dopo.

 

  Andrea La Rovere - Onda Musicale

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